sabato 7 ottobre 2017

POEMA SINFONICO


(allegretto)

In un sottofondo di corni inglesi
rimbalzano note sui ritmi scuri
dei contrabbassi e dei violencelli in doppia fila;
danno voce alle foreste appena toccate da venti
discontinui che lasciano vibrare
soltanto i rami più alti.
Un coro di bassi profondi accompagna
la notte che scompare,
rimbalza sulle creste delle cento colline
che circondano la vallata dove
continuo a vivere incontinente e fioco
a dispetto dei miei tanti non estimatori
riuniti in centurie attestate ai lati
delle strade in attesa del passaggio
del mio funerale.

Ho già sentito nella carne
l'urlo della terra violentata
e maledetta
penetrarmi a fondo dentro le costole;
abusivo in questo territorio desolato
non mi nascondo più
né mi proteggo:
i cani scatenatemi contro mi troverebbero
anche sepolto sotto cumuli di memorie,
di tempeste secolari, di rigurgiti
dei tanti veleni inghiottiti e mai digeriti
in cui galleggio, liquami infetti
dai quali non posso separarmi
e non riesco nemmeno a purificarmene.
Accelerando il ritmo del battito cardiaco
quel tanto che basta
a una semplice sopravvivenza
sento la terra respirare
e fremere e indugiare, inghiottendo
sapori nuovi lentissimamente per meglio gustarli,
e misurare il volume dell'aria
lasciata ondeggiare dal vento
e mai più prendere alcuna
decisione, rimanendo immobile
con gli occhi fissi alle gobbe
delle colline tutte intorno,
trattenendo il fiato
per lasciare inalterate luci e ombre,
trascurando di accorgermi delle cartilagini
di meteoriti di passaggio
che si avventano su di me,
fuoco che non riscalda
di un sole ucciso all'alba.

E adesso che ho trascritto le mie
riflessioni indigeribili la mia anima è perduta,
sacrificata ai mille demoni originali,
venduta ai diecimila santi
elevati alla gloria degli altari da un popolo
di pontefici traditori del vero Dio,
millantatori dei cento Cristi
clonati dal primo e mai crocifissi
nemmeno per gioco il giorno
della Pasqua ebraica,
nemmeno una stilla di sangue versato,
nemmeno una goccia di sudore
spremuto perché mai salirono il sacro monte.
E chi come me li disprezza viene
rinnegato da tutti e bollato di infamia.

(andante)

Cosa pensava quell'angelo
caduto a precipizio a testa in giù
mentre vedeva la terra
avvicinarsi a velocità vertiginosa
infocata meteorite di se stesso?
Gli avevano spezzato le ali,
strappato di mano il segno del comando,
scagliandolo nel vuoto assoluto
solo per avere detto un NO sonoro,
decisivo, a un comando che non riusciva a capire,
che non poteva discutere.
"Pensate con la vostra testa, diceva il despota;
discutiamone pure tutti insieme, siete
liberi di pensarla diversamente,
discutiamone dunque, purché
facciate poi quello che vi ho ordinato io"

Così aveva parlato il grande impostore,
il burattinaio massimo
e i cieli si spaccarono impauriti,
i tuoni e i fulmini si nascosero 
nelle tenebre. E fu allora che l'angelo
più luminoso di tutti oppose il suo diniego
e subito fu scaraventato nel vuoto assoluto.

Nulla pensava l'angelo in caduta, tutto malediceva
chiedendo alla sua Sorte di conficcarlo
nel cuore della terra
dove rimanere in eterno senza più nulla vedere,
senza più nulla sapere, ma il suo
crudelissimo creatore altro aveva previsto
per il suo figlio ribelle, il più intelligente,
il geniale, quello ancora più bello di lui
e lo lascia planare al suolo
che gli divenne soffice sotto i piedi
perché in eterno dovesse
disperare lo splendore della casa perduta.
Da allora ci sono momenti
in cui tutto accade e niente succede
e quella fu la prima volta che da allora
si ripete sempre più spesso.
Santi misteriosi e arcangeli asessuati
si sono infiltrati da quel fatale momento
nello spazio lasciato libero
dall'angelo caduto
mai raggiungendo però le vette
e gli sprofondi del primo e unico
e irripetibile.

(adagio)

L'hanno costruita da tempo questa strada
solamente in salita,
per scendere bisognerebbe retrocedere,
indietreggiare, rinunciare.
Questa è una strada per uomini
decisi, per donne di cosce solide
e carattere ferrigno;
questa è una strada dove non
si può dire ne ho abbastanza, mi fermo
qui, andate avanti voi senza di me.
Più tardi passeranno 
autobotti blindate che succhiano
tutti quelli fermi ai bordi
della strada, nel loro pancione
gonfio li inghiottono e dopo
non se ne saprà più niente.
A questa strada la Sorte
ci ha consegnato ma non dobbiamo
maledire la Sorte, non serve a nulla,
ché tutte le strade qui
sono uguali a questa.
Bisogna arrivare alla fine della
salita senza più chiedere notizie,
senza sapere cosa troveremo.
Forse il palazzo dell'oro,
forse il precipizio definitivo,
ma a nulla servirebbe appurarlo adesso,
ché non si può evitare di salire
fin lassù, inutile qualsiasi 
precauzione, ma avanzare decisi
senza fermarsi nemmeno per bere un sorso
d'acqua, senza chiedere, senza
lasciarsi sorprendere da nulla.

Intanto muore il pianeta soffocato
dall'indifferenza, inaridito
dalle ustioni dell'antica stella
non più amica, che gli succhia
umidità e umori dalle vene,
appiattito dall'effetto serra,
dal mare che si innalza
per via dei miliardi di metri cubi
di ghiacci polari disciolti
mentre appena sotto la coltre dei veleni
enormi schermi oleografici
trasmettono ininterrottamente
le curve della morte che si impossessa
delle ultime prede accessibili.
Alzando il naso potrebbero tutti osservare
la lenta agonia di quello
che fu definito il pianeta blu,
la prima meraviglia dell'Universo,
ma tutti procedono a capo chino
e nessuno sembra avere più voglia
di conoscere quello che capiterà domani.

(vivace)

Discolparsi di fronte al creato
è un atto dovuto quando si prende visione
dei millenari danni arrecati
per ambizioni personali,
orgogliose rincorse all'effimera bellezza
idealizzata magari da artisti inconsapevoli
deturpando tesori naturali,
rapinando al sottosuolo pietre
preziose e metalli raffinati
per questo distruggendo
ciò che in milioni di anni di solitudine
il tempo aveva abbarbicato a rocce
profondissime e silenti.
La natura violentata
non si ribella e non impreca
né condanna.
Si libera dei suoi dolori e delle sue delusioni
emettendo note musicali
coi suoi mille strumenti:
lascia stormire come flauti bassi
le sue foreste
sollecitate in cento direzioni 
da venti modulatori
e consensienti, autori di flessioni
ritmiche, allegre ma non troppo,
audaci, mai ripetitive
non orecchiabili dai silenzi del cosmo;
danzano immagini goffe
irriducibili, smembrate,
sogni decapitati all'alba,
tentativi di cogliere
significati da ombre che nessuno ne danno;
li mantiene vivi
l'illusione di poter sempre uscire vittoriosi
da qualsiasi conflitto,
che è il tallone di Achille
di questo nostro vivere sgangherato.
A guardarle bene sono offuscate
sagome di memorie lontane
profanate ogni notte,
seni vizzi di donne mai esistite
che versano liquido acido e maleodorante
che non è colostro ma veleno
per distruggere neonati.
Nessuno gode di questi immondi spettacoli,
nessuno però se ne duole veramente,
la cosa è accettata per buona,
per una calamità necessaria, come tante
con inumana insensibilità,
con sadica indifferenza, col piacere
di chi vede che il male è comune
e la sofferenza dilaga trionfante,
e poi affacciarsi tutti sul mare della morte
magari per scaricarvi vagonate
di corone di fiori a rinfrescare lo spirito
galleggiante di migliaia di morti annegati
che si lamentano ancora,
e il murmure si fonde allo sciabordio
delle onde sullo scafo del battello che abbiamo
noleggiato con tutta la squadra televisiva
per fare la nostra porca figura
sul telegiornale delle venti e trenta.
Gli occhi puntati sulla cresta delle onde
a catturare ombre di bambini annegati,
i microfoni affondati sotto il pelo dell'acqua
a cogliere l'ultimo borbottio dei morti.

"Mare.
Non avevo mai visto il mare, capotribù.
Pensare che mi avevano detto
che fosse blu.
Invece è nero, nerissimo questa notte
come il colore della
mia pelle.
Il gommone che mi reggeva a galla
è affondato da qualche parte
e in questo mare io non mi ero
mai mosso prima.
Invento tutto e per un po' 
galleggio, ma devo muovermi
non riesco a star fermo
e subito affondo.
Non si riesce a respirare
qua dentro
e io adesso incomincio
a galleggiare dentro questo
mare,
sopra e sotto lo sento
e tanti stanno come me.
Io adesso mi sento mare, capotribù,
ora son io mare, io e questi
fratelli miei
ed è meraviglioso
lasciarsi andare verso il fondo
senza soffrire, senza affannarsi, senza
pensare più a niente,
solo guardare
il mio fondale
del mio mare
che accoglie me abbracciandomi
come un fratello"


*****
Scritta tra aprile e agosto 2017;
finita di assemblare il 6 ottobre 2017
a Maximiliansau







lunedì 14 agosto 2017

ZIMMER E 611 - DIE VERLASSENE FRIKADELLE


E 605 - All'inizio era il caos. Accettazione volante il 27 luglio, ultimo giovedì del mese alle 08.30. Sosta prolungata nel corridoio senza sapere che cavolozzo fritto stavo facendo io in quel posto. Poi finalmente arriva Schwester Sara -caruccetta, graziosetta e assai gentile- che mi accompagna nella stanza E 605. Due letti il mio è il primo entrando. Il collega non ecci, poi sento tirare lo sciacquone. Benone: localizzato collega impegnatissimo al cesso. Ancora lo ignoro, ma da questo momento il locale più usato sarà quello nach den Motto "io lu cesso e tu".
Il collega è un vecchietto gentile dalla fisionomia cinesoide, ma è tedesco DOC. È già stato tagliuzzato e si illude di sparire entro due giorni. cioè venerdì sera. Mi racconta la dolorosa istoria dei motivi che lo hanno portato qui e io penso " Me tocca de sentillo sennò si offende". Dopo un po' lui dorme ed io lo imito velocissimo e senza sforzo alcuno.
Comincio a prendere possesso del WC. Devo stare attento a dove tocco perché seminati dappertutto ci sono pulsanti che mettono in moto la fine del mondo nemmeno fossimo a Guam in attesa dei primo missile nordcoreano. Alle undici in punto portano il  Mittagessen, il pranzo, e io non ho nessuna voglia di scoperchiare i due recipienti e di vedere cosa c'è sotto, se un ratto a tre zampe oppure una frittata di sterco di vacca, dato che l'odorino che da sotto arriva rassomiglia a qualcosa di entrambe le pietanze suddette. Un passato di asparagi e piselli (penso al mio che domani verrà scimitarreggiato e mi viene da piangere) e sotto il piattone un orribile visu fetta di carne di un qualche animale affogata in una salsa dal tipico gusto teutonico, cioè di merda.
Un infermiere dopo una mezz'ora scarsa si porta via i resti abbondantissimi del lauto pasto, e subito dopo una Schwester carinissima e giovanissima  mi porta un pacchetto con: calze da donna attillatissime -elastiche- contro la tromosi; camiciola non attillata ma a fiorellini verdognoli, completamente aperta di dietro tipo camicia da notte per froci.
-Le conviene indossarla subito, altrimenti domattina l'avrà dimenticata.
-Posso indossare i miei slip?
-Assolutamente no. Questo è quanto indosserà e BASTA.
Trascorrono poche ore e alle 16,30 arriva l'Abendbrot, cioè la cena. Quattro fette di pane di varia sorte, burro, tre fette tre di affettato di ignota regione della bestia sacrificata per noi. Una porzione di Yogurt alla frutta. 
Inizia la fase più lunga e noiosa della giornata ospedialiera: l'attesa della notte, che non arriva mai.
Arriverà in poco tempo, ma la nottata sarà piena di alzate dal letto e di corse nel WC, tanto perché non dimetichi il motivo di questa vacanza.

Alle sette in punto si scatena l'inferno, ma io non ho dato nessun segnale come "Il Gladiatore".
Tutti dentro. Donne delle pulizie, infermieri con schizzaveleno in mano che mi fanno un'iniezione di eparina tanto per farmi capire che io sono solo un numero -non primo- che dovrà essere operato in brevissimo tempo. Arriva il Frühstück ma non per me che devo passare nelle OP. Non si manduca quindi, solo si può espellere acqua a volontà, cioè quel tanto che si può, cosa che non ignoro dato che non sto in questo Hotel per farmi un giro di Poker.
L'attesa del momento di entrare in OP è la cosa più snervante che ci sia. Avviene il tutto in tre fasi: attesa in camera non tanto distante dal proprio letto che è il mezzo di trasporto unico qui dentro. Chi parla di immediatezza è un gran bugiardo. Passano mai non meno di due ore.
Poi arivano i trasportatori. Tu, imbracato nel tuo costumino da pederasta ballerino. vieni trasportato in un ascensore , col quale discendi un piano sotto terra.
Qui ti mollano in una stanza poco accogliente per...il tempo che non vorresti mai stare. In pratica nel mio caso oltre un'ora e mezza.
Infine con sommo giubilo vieni introdotto, sempre con letto, in un'ampia stanza con diversissimi strumenti che attendono te come coyotes affamati.
Due metri a piedi fino al fatidico tavolo dove verrai affettato in qualche posto e in qualche modo che nemmeno voglio sapere.
-Herr Iacoponi, lei ha scelto l'anestesia epidurale.
-Certo. I colleghi si sono impauriti del mio polso che fa 50 di media. Non hanno evidentemente creduto che io fossi un bradicardico.
-L'epidurale la consigliamo a tutti, Herr Iacoponi. Dà luogo a minori complicazioni.
-Io ho però chiesto un successivo narcotico perché non mi va di stare ad occhi spalancati a sentire rumori e miagolii.
-Prima le faccio l'epidurale, poi la anestetizzo globalmente.
E così, senza aver visto la faccia di chi parlava dietro le mie spalle, aspetto la pungicata. Ha una mano leggerissima. Non sento niente. Quello che poi mi inietta nell'ago fissato sul dorso della mano destra ignoro ciò che sia. Il tempo di guardare la lampada in alto e pensare che quella potrebbe essere l'ultima cosa che vedo e si spegne la luce.

E 701- È il mio nuovo domicilio, nella Intensive Station, dove dovrei rimanere solamente fino a domani mattina. Quando mi sveglio l'otologio sulla parete di fronte segna le ore 14,30. Due ore dopo più o meno di quando mi sono addormentato in OP.
Mi portano il pranzo. Ti figuri che voglia che ho io di pappare la zozza che sta dentro i piatti. Nemmeno ci guardo. Mangio solamente lo yogurt alla pesca.
Provo a dormire e la cosa mi riesce terribilmente facile.
Viene a farmi visita la Oberärtzin. Trentenne molto carina e ben pettinata. pienamente consapevole del proprio ruolo. Penso che così giovane già assistente del primario non possa che significare che sia maledettamente in gamba. In effetti mi relaziona velocemente ed in modo chiaro della mia avvenuta operazione. Mi dice che ho perduto molto sangue e che ne avrò la vescica piena. Non mi devo far intimorire dal colore della mia prossima urina. Secondo lei ci vorranno almeno due giorni di Intensiva. In effetti saranno quattro. Mi spiega il perché di due cateteri: il primo ovviamente infilato nella via natutale di uscita, il secondo, introdotto nelle vescica passando da un bucolino vicino all'ombelico serve al drenaggio. Infatti avevo notato una busta di plastica di cinque litri di Na-Cl che entrava sgocciolando producendo un giro di liquido purificatore, pulitore. Alla fine saranno 32 sacche da 5 lt, pari a 160 litri entrati e , si presume, anche usciti.
Una mezzorata dopo, per dirla alla Andrea Camilleri, mi portano le prime due sacche di sangue per 265 cl l'una. Totale oltre mezzo litro. Sgocciolano lentamente tutto in una vena dorsale della mano destra. Tra un po' potrò contare i buchi, i bozzi e i Bluterguss dappertuto mi abbiano infilato aghi. Bluterguss significa versamento sottocutaneo. All'uscita dall'ospedale ci vorrà la calcolatrice per contarli tutti. Alcuni a guardarli mettono paura. Non li guardo e passa la paura.
Inutile soffermarsi sulla varietà del cibo che secondo loro dovrei ingurgitare. Vi faccio un solo esempio: penne all'amatriciana. Immediatamente dopo il terremoto penso io, con cubetti di ventresca al posto del guanciale, il ché le declassa all'infimo rango di una mediocre Serie Z. Assaggio. Unica nota positiva, le penne sono al dente. Il rosso che sta in goppa devono averlo direttamente preso dalle sacche di questa mattina: non sa di niente, anzi no, di qualcosa sa ma non lo dico pensando al mal di pancia che provocherei nelle signore.
Alla sera mi attaccano altre due sacche di sangue. Non lo so ancora ma nell'aria c'è sentore di catastrofe imminente. È l'ora del cambio turno e delle consegne alla nuove Schwestern della notte di tutti i protocolli, uno per ogni degente.
Sono un degente. Oh cazzarola santa! Ho un protocollo: Gesù facite o miraculo. Marò tenetemeli lontano sti cacacazzi.
E invece no, cavolozzo fritto! Quella che deve e vuole andare a casa mi aggredisce una vena del braccio sinistro, finora intonsa e mi ci infila l'attacco delle due sacche unite.
Tutto fila liscio, ma mi sento un gatto nella pancia che miagola disperatamente. Lo mando a cagare e mi addormento. Non credo che siano passate due ore e sogno di essere in piscina a nuotare. Mi sveglio e sto nel guazzo: le due sacche sono quasi vuote ma niente del sangue è andato nelle vene, sta invece dappertutto Ho il lato sinistro zuppo di sangue, il letto, il materasso, insomma tutto.
Non posso che suonare il fatidico pulsante rosso e dentro la mia stanza si precipitano in tre: due infermieri e una Schwester. Un'occhiata ed hanno capito la situazione.
In pratica mi tolgono da letto, mi spogliano come un Cristo sul Golgota e mi rivestono in un attimo. Nel frattempo che i due masculi lavorano come a cottimo la Schwester mi lava con un liquido verdognolo che si autoasciuga. Tutto viene cambiato dal materasso al resto, In meno di dieci minuti ho un letto fresco e non sanguinolento. Mi ci adagio e subito la Schwester mi riattacca due sacche nuove, meticolosamente controllando il deflusso del contenuto nella mia vena. Perfetto. Posso tornare a dormire. Il tutto in poco meno di un quarto d'ora. Eh sì, Cavaliere Errante, i tedeschi sono tremendamente efficienti. Spiace ammetterlo, ma non so quanto tempo sarebbe durato in un Ospedale del Nord Italia. Il Sud Italia non lo prendo nemmeno in considerazione. Questo vale per tutto, meno che per i pasti, ma si deve tener conto che siamo in Germania e che i tedeschi sono a tavola molto diversi da noi. Quelli che come me qui soggiornano da anni lo sanno perfettamente. Per questo puoi trovare tutti i tavoli di un ristorante italiano occupati da tedeschi, ma nessuno dei cento locali tedeschi occupato da un italiano vivo e integro nei piani alti.

E 611- Sarà la mia ultima stazione prima della mia uscita da questo Hotel. Mi ci hanno trasportato il giovedì mattina dopo il Frühstück. Subito la visita dei medici. Viene il Professore stavolta, il Primario, direttore del Reparto Urologico, Prof. Dokt. Detlef Frohneberg.  Bell'uomo sulla cinquantina, imponente, simpatico. Stringe la mano a tutti, si informa della condizione di tutti chiedendo dettagli normali parlando NON il linguaggio dei medici, ma dell'uomo di strada. Mi chiede come mi sento a prescindere, dello essere DEGENTE. Visto il clima amichevole ed il soggetto glielo spiattello in faccia.
-Ich fühle mich genau so wie eine verlassene Frikadelle, Herr Professor.
Mi sento come una polpetta abbandonata.
-Wieso verlassene, Herr Iacoponi. Ist der Personal nicht gut genuch?
Forse il personale non si occupa di lei come dovrebbe?
-Nein. In dieser Abteilung sind alle Primaleute. Sie kümmer sich alle sehr gerne an mich.
Niente affatto. In questo Reparto sono tutti in gambissima e si preoccupano di tutto.
-Aber ich bin da wie eine verlassene Frikadelle und jeder guckt mich wie eine Beute.
Ma io mi sento come una polpetta abbandonata e tutti mi guardano come fossi una preda.
-Welche war ihre Beruf, Herr Iacoponi?
Quale era la sua attività?
-Bühnenmaler. Ich bin ein Kunstler.
Pittore di scene teatrali. Io sono un artista.
-Das hatte ich mir gedacht. Sie reagiren genau so empfindlicherweise wie jeder Kunster  die ich operiert habe. Ich werde sagen daß diese eine normale Reaktionen sei für Leute so sensibel wie die Kunstler.
Me lo ero immaginato. Lei reagisce in modo così estremamente sensibile come ogni artista che io ho operato. Io direi che questa sia una normale reazione di tutte le persone tanto sensibili quanto gli artisti.
Se ne va sorridendo e stringendomi la mano.
Diciamo che mi sento soddisfatto

Il primo catetere è via, quello che stava nella via naturale di uscita. L'altro rimarrà a lungo anche dopo l'abbandono dell'Ospedale. Serve a controllare il resto di urina nella vescica  dopo ogni normale minzione. Una gran rottura di palle.
La mia stanza è una di quelle prive di gabinetto interno. Si deve uscire nel corridoio, traversarlo in linea dritta- tre metri circa -e ci si trova in un gabinetto assai spazioso, che io occupo militarmente e uso ogni quarto d'ora; di notte ogni mezz'ora. Dopo due giorni sono fuso ma tutti dicono che va bene così, che devo stare contento e tranquillo e che occorre pazienza. Geduld, Geduld, Geduld. Proprio ciò di cui ignoro l'esistenza e l'indirizzo civico.
Ci son sempre tracce di sangue sia nell'urina che esce per la strada naturale, sia nei resti. Tendenza a diminuire. La dottoressa del Reparto mi predica che devo avere , indovinate...Geduld, per almeno altre sei settimane.
Impiccati Doktorin.
Io vorrei andare in Italy almeno due settimane a settembre. Anche se a settembre ci sono i compleanni di Sara, di Federico e dei due gemelli -il decimo- ma quest'anno è andato tutto sottosopra.

Gli ultimi tre giorni praticamente tutto si ripete e tutto si conserva. La dottoressa continua a ripetermi che bald, assai presto lascerò il palcoscenico. Mi concentro sui miei ultimi due colleghi di stanza. Uno, Milik, è un serbo molto caruccio. Più giovane di me da una settimana aveva la promessa che sarebbe uscito dalla porta principale. Ha solo mezza vescica ma gli basta, purché non beva troppi alcoolici. L'altro, Robert, è un ragazzo di 33 anni, scapolo per scelta perché da quando aveva cinque anni combatte una battaglia persa per i suoi reni. Lo hanno operato sette giorni fa e gli hanno tolto il rene sinistro. Un mostro di cinque chili grosso come un topo di fogna di quelli che circolano a Roma.
Anche il destro è ingrossato. Si chiama Nieren Kreps cancro ai reni. Lui parla come un vecchio che ha molta  Geduld. Sostiene cha la sua aspettativa di vita non supera i venticinque anni.
-Ich werde niemals so alt wie du.
Non arriverò mai alla tua età, mi dice.
Sentirlo parlare mi fa venire i brividi e sembrare il mio stato una bazzecola.

Alle 13,30 di mercoledì 9 agosto, arriva mio figlio Federico per riportarmi a casa.
Saluto tutti con affetto, qualcuno ancora di più. Da stamattina ho impaccato tutte le mie cose, le tantissime che non mi sono servite a niente. Come quando vado in Italy: la metà della roba che porto via nemmeno la tocco.
Un po' mi dispiace, ma conto di non tornare più qui in questo Ostello.
Fuori il mondo non è cambiato. Comico: lassù mi osservavo sempre il basso ventre. Qui non incontro nessuno che lo faccia.
Forse è incominciata un'altra vita.

Dedico questo post a tutti i miei amici, e sono tanti, che malgrado avessero tutti i loro problemi si sono voluti interessare anche dei miei.
Grazie Gente. Neanche questo dimenticherò più.
  

mercoledì 26 luglio 2017

SPERO DI NON ESSERE AI TITOLI DI CODA

Non sarà quindi un coccodrillo, ma solo un avviso per dire che io resterò muto -la prima volta nella mia vita- per almeno una settimana. Domattina infatti, accompagnato da mio figlio Alessandro, mi recherò all'accettazione della Clinica urologica dell'Ospedale Centrale di Karlsruhe, dove dopodomani mi opereranno. Non è un'operazione difficile, non è un'operazione troppo lunga, ma la mia esperienza mi insegna che meglio stare lontano dalle OP, sale delle operazioni, perché una complicazione non è mai da escludere. Finora ci sono bravamente riuscito, ma questa volta non ce la faccio: vado al ritmo di venti soste nel WC nelle 24 ore. 
Non mi seguirà il mio portatile, ma solo qualche libro ed il mio quadernone degli appunti.
Conto di ritrovarmi qui, con le dita a scorrere su questa tastiera, tra una settimana. So che vi penserò, ognuno di voi, con intensità.
Non credo che qualcosa vada male, non credo di avere fatto l'ultima curva del mio percorso. Dovesse però succedere sappiate che avete animato la mia quotidianità in questi ultimi anni. Il mondo virtuale ha questo di meraviglioso: vi avevo tutti qui dentro, in questa mia stanza 4m x 4m dove mi lascio sorprendere dalla mia fantasia per la maggior parte del giorno. È stato bellissimo questo scambio continuo di frasi con tutti voi, queste occhiate complici che ci scambiavamo ogni momento. Si è litigato, certamente, da bravi amici, ma alla fine eravamo più amici di prima.
Conto di ritrovarvi tutti qui al mio ritorno.
Non dovesse succedere, sappiate che avrete un santo protettore in più, uno che verrà a fare il solletico sotto i piedi dei maschietti la notte mentre alle femminucce infilerà  due dita....nelle narici...cosa avevate pensato pornografi.
Scusate ma volevo alleggerire con una battutaccia l'atmosfera che si stava facendo pesante.
A presto allora, amici miei e amiche mie.

Vincenzo

lunedì 24 luglio 2017

BUONA LA PRIMA

Allora questa è andata. 
La cosa più rognosa si è rivelata essere lo sgombero dell'intestino, che, come è facile comprendere, deve essere assolutamente trasparente perché la coloscopia abbia successo.
Facile adesso fare dello spirito, ma il MOVIPREP è una polvere bianca dall'aspetto innocuo ed innocente, ma che una volta mescolata con un litro (capisciammè) di acqua si trasforma in un beverone dall'aspetto ancora amichevole. Deve essere totalmente ingurgitata nello spazio di un'ora. Appena l'avvicini alla bocca ti aggredisce col suo odore dolciastro prossimo al nauseabondo, e non vi dico quando tenete l'orrido liquame dentro il palato: pensate all'acqua di una latrina pubblica con l'aggiunta di escrementi di vacca gravida ed un paio di carogne di topi di fogna e avrete grosso modo il sapore con cui ieri sera ho brindato a Matteo Renzi. Solo il mio proverbiale dispregio del dolore e delle nausee mi ha consentito di versare dentro il mio stomaco quella schifezza, pensando in sovrappiù che un'altra litrata di veleno avrei dovuto ingozzarni il giorno dopo e cioè stamattina dalle cinque alle sei. 
Questo come pensavo era solamente l'inizio della cavalcata delle Walkirie. Arrivato infatti a mezzo litro più un litro di acqua perché dovevo e perché volevo togliermi quell'immondo sapore dal palato, ho ricevuto la prima chiamata in correità, direzione toilette. 
Accorcio per pietà. A mezzanotte avevo raggiunto la quattordicesima visita. Una parte delicatissima del mio corpo bruciava come i boschi di mezza Italia di questi tempi. Stanotte ho appena dormicchiato, alternando al sonno altre cinque stazioni della mia privatissima via crucis. Stamattina altra bevuta di fiele fuso a purissima merda di gabbiano, e natutalmente altre diciotto brevi soste nella mia toilette. La zona anatomica cui sopra ho accennato sembrava un pozzo di petrolio iraqeno incendiato dalle truppe americane di George Bush.
Un totale di due litri di schifosissimo liquido più all'incirca sette litri di acqua minerale non gasata.
Arrivato puntuale all'appuntamento nella clinica privata, accompagnato da mio figlio Alessandro, che doveva firmare l'impegnativa di non lasciarmi guidare e di non perdermi d'occhio, come se io potessi avere la voglia di fare cos'e pazzi con quella roba in corpo, dopo un breve colloquio informativo sono stato introdotto in uno spogliatoio, dove ho lasciato scarpe, pantaloni e mutande, indossando in cambio uno splendido paio di pantaloncini assai leggeri aperti dietro con un leggiadro taglio verticale assai poco suadente.
Dallo spogliatoio alla sala di tortura il lampo di sette-otto metri.
-Si sdrai qui, Herr Iacoponi, si metta sul fianco sinistro; mi dia la mano che la trafiggo con codesto ago, da cui lei suggerà un'infusione e una narcosi totale.
Vena trovata. Bucolino. Infilato tubi e tubetti dal significato oscuro. Altri aggeggi per misurare la pressione arteriosa, la temperatura ed il battito cardiaco, poi ricevuto dentro le froge nasali due tubicini graziosissimi per l'ossigeno e una maschera aerodinamica per la narcosi.
-Tief einatmen, tief ausatmen, Herr Iacoponi.
Inspiri a fondo ed espiri a fondo
-Quanti minuti dura, Doc?
-Minuten? Sekunden!
Inspiro una, due, tre volte.
Fine delle trasmissioni in rete.
Un'ora e mezza dopo mi risveglio sollecitato da un'infermiera con schiaffetti su un braccio. Non avverto nulla, solo benessere e voglia di scappare via.
Mi tolgono metà dell'attrezzatura, controllano qualcosa che a loro interessa, poi mi aiutano a camminare per qualche metro fino ad una saletta con un lettino.
Lì resto una buona mezz'ora con facce sorridenti di fanciulle e medici che vengono a controllare se ancora respiro, suppongo.
Mi invitano a rivestirmi. 
Passo in fine nello studio del Primario che mi spiega tutto.
-È escluso che lei abbia un tumore, né benigno né tantomeno maligno. 
Mi mostra lo schermo del suo PC.
-Questo è il suo intestino, Herr Iacoponi. Ci sono una diecina di polipi, di cui tre sono grossi e densi di sangue. Entro sei mesi lei dovrà entrare in un ospedale per togliere questi tre, che non sono cattivi, ma potrebbero diventarlo
-Entro sei mesi?
-Meglio entro ottobre.
Mi chiedo perché non me li hanno tolti loro, ma forse questa è la prassi
Mi prepara una carta da presentare all'accettazione dell'ospedale.
C'è scritta la diagnosi ed una frase finale, che mi fa sgranare gli occhi:
"EMR unter stationäre Bedingungen bei Hochrisikopatient"
Cioè, intervento operativo da stazionario per un paziente ad alto rischio.
Ehilà, sono un paziente ad alto rischio.
Vede la mia faccia, capisce e chiarisce.
"Lei ha 83 anni, Herr Iacoponi, nessuna struttura NON ospedaliera può assumersi il rischio di un simile intervento come ambulante.
Conti alla mano.
Cancro negativo, solo polipi da amputare alla base; godo di ottima salute.
Brutta cosa pensare che dovrò ingozzarmi di nuovo di due litri di schifosissimo puzzolente liquame e dovrò passare dalle otto alle dieci ore chiuso dentro un cesso. Poteva andare molto peggio però.
Mi devo accontentare così




  

giovedì 13 luglio 2017

IL SOSIA DI NICK CAMMELLO

Sentirsi tutto scassinato a diciotto anni era proprio una roba da merdosi. Ma poi cos'era che gli stava adesso abbruciando le palle?
"Ferma, ferma per favore", gridò alle due guardie di scorta.
"Che ti piglia adesso, ragazzino?" chiese il più anziano.
"Devo mingere, capo"
"Che vuoi fare?"
"Devo fare urgentemente una pisciata".
"Dove pensi di stare, giovanotto, in un hotel?" gli rispose a brutto muso la guardia più giovane.
Il ragazzo si contorse reggendosi l'inguine con entrambe le mani.
"Ma io proprio non la reggo, capo"
"E allora mollala e non romperci l'anima"
Fu così che Luca Di Patti, Lucco per gli amici arrivò spisciato e puzzolente alla Casa Penale di Civitavecchia due ore più tardi.
Entrò nella cella con sulle braccia tantissime cose. Mentre la porta dietro di lui veniva serrata con innumerevoli girate di chiave. Lucco teneva d'occhio i suoi nuovi compagni, quattro, che sembrava lo stessero misurando pezzo per pezzo.
-Se cerchi il tuo posto è quello lì sotto, disse uno alto vicino alla finestra indicandogli un vano a piano pavimento molto più angusto degli altri, così a occhio.
-Non c'entro lì sotto, sono alto e grosso e poi non c'è materasso.
-Dentro il cesso ce n'è uno appeso in alto; lo tiri giù e te lo sistemi.
Lucco poggiò la sua mercanzia sul tavolo e aprì la porta che dava nel gabinetto. Tirò giù il materasso, che gli sembrò troppo alto per il vano vuoto che gli aveva mostrato quello che sembrava dare ordini.
-Se infilo lì sotto sto materasso non c'entro più io. 
-Sono cavoli tuoi. Se non c'entri dormi in piedi.
-Ma che discorsi sono questi?
-Tu non devi discorrere con nessuno, devi fare quello che ti dico io, bamboccio, e rimanere muto.
-Sei per caso parente di Nick? gli chiese un altro ospite sdraiato sulla branda superiore a quella che gli avevano assegnato, che tutto il tempo leggeva un giornale.
-Non conosco nessun Nick.
-Eppure hai la sua faccia, il suo naso gobbo, ci soffi dentro come lui, ci parli attraverso come fa lui e cammini proprio come lui.
-E come cammina sto Nick?
-Dondolando come un cammello nel deserto, proprio come fai tu. 
-Io cammino come un cammello, secondo te?
-Allora bamboccio vuoi dirmi che non ti sei mai visto in uno specchio?
-E come cammina un cammello?
-Dondola avanti e indietro con la testa. Nell'ora d'aria te lo potrai studiare e vedrai quanto gli somigli.
Cazzo! pensò Lucco, questo qui in un minuto si è accorto di cose mie come se mi conoscesse da anni. Io in effetti cammino un po' strano; mi ci prendevano per il culo un po' tutti. Questa è gente di bassifondi, abituata a squadrare gli altri per trovarci un difetto. Ci devo stare attento per non farmi fregare.
-Un'altra cosa, bamboccio -chiese quello vicino alla finestra,  che sembrava il comandante di quella cella- si può sapere quanti anni hai?
-Ne ho compiuti diciotto lunedì scorso.
-E in così poco tempo già ti sei fatto fregare come un pollo?
-Può darsi che già stava nel minorile con una pena lunga da scontare, disse quello del giornale.
-Stavi in un carcere per minorenni? chiese quello che dava ordini.
-No, mi hanno preso a Livorno martedì mattina.
-Che hai fatto?
-Avevo metà dello zaino pieno d'erba.
Risero tutti.
-Che stronzo che sei stato. Il coro era unanime.
-Da un giorno maggiorenne e ti fai fregare, disse quello che dava ordini. Se ti beccavano due giorni prima ti facevano un cazziatone, una multa e qui dentro non ci saresti mai entrato.
-Mi faranno il processo.
-Se sei incensurato te la cavi con quasi niente, ma ho l'impressione che tu al gabbio ci sei già stato.
-Sei mesi nel minorile di La Spezia, un paio di anni fa per un furto di qualche cassa di whisky.
-Quei sei mesi significano due anni qui dentro, sentenziò quello che dava ordini; e te li farai tutti.
Come inizio non c'era proprio male. Appena entrato lo avevano processato e condannato e gli avevano affibbiato una pena abbastanza tosta da scontare.
In compenso le guardie non se lo filavano proprio; addirettura in cucina non sapevano niente del suo arrivo. Rimediò una ciotola di minestrone perché fece pena ai suoi colleghi, altrimenti avrebbe dovuto saltare il primo pasto.
Per l'ora d'aria si tenne lontano dai gruppi di ergastolani, come gli aveva predicato Giovannone, quello che stazionava sempre vicino alla finestra, il comandante insomma.
-Qui vanno a caccia dei tipettini come te, tutti bellini e perbene. Stattene sulle tue e non accettare sigarette o gomme da masticare: sono imbottite di droga sintetica  e rimarresti in mezzo al cortile, piegato in due a vomitarti le budella.
Lucco cercò in mezzo a quella gente sto Nick, che secondo loro gli somigliava come una goccia d'acqua, ma non vide nessuno che camminava come gli avevano detto, come camminava lui insomma.
Fu Nick a trovarlo, perché erano andati a farla subito a lui la soffiata sul bamboccio arrivato quella mattina che cercava di imitarlo.
Lucco s'era seduto per terra in un angolo assolato. 
Un ombra lo sovrastò. Qualcuno gli stava davanti a gambe divaricate, le mani ciondoloni lungo le cosce. Una posa alla John Whayne. Mancavano le due pistole.
-Tirati su, microbo e guardami in faccia.
Voce dura, arida, erre ruzzolanti in bocca.
Lucco si alzò schermandosi gli occhi con una mano.
-Tira giù quella zampa, ché non ti vedo la faccia.
Lucco dovette strizzare gli occhi perché stava completamente controsole e vedeva solo la sagoma dell'uomo che lo stava apostrofando. Lo vide girargli intorno, prima verso destra, poi verso sinistra.
-Adesso cammina, fai qualche passo, una ventina.
-Ma perché?
-Sta zitto stronzo, e cammina finché non ti dico di fermarti.
A Lucco sembrò che fosse sceso il silenzio in quel cortile e che tutti stessero a godersi la scena come succede al cinema.
-E dove devo andare?
-Dritto davanti a te, stronzetto.
Iniziò a camminare assai lentamente, come chi si aspetta una pedata nel culo subito o una legnata nella schiena dopo un po'.
-Fai il furbo, microbo? Ti ho detto di camminare normale, non come un prete in processione
Lucco sentì risolini e mugugni di scherno arrivargli da più parti. Ma andate tutti a cagare, pensò; adesso vi faccio vedere io. Si voltò di botto e a grandi passi tornò indietro. Mentre stava per riaccoccolarsi dove era prima una mano immensa lo afferrò sotto la mascella sollevandolo da terra di almeno un palmo.
-Fai quello che ti dico io, testa di cazzo, o ti gonfio come una zampogna.
-Me...me...mettimi giù che non respiro.
-Non devi respirare, devi camminare, frocetto. Ultimo avvertimento, poi saranno cazzi tuoi.
Ma Lucco aveva già deciso. Quando l'altro lo mollò e lui precipitò a terra immediatamente si mise a camminare a passo svelto come se avesse una muta di cani bastardi attaccata alle chiappe.
-Fermo lì, lo sentì urlare. Torna indietro.
Si fermò a due passi da quel delinquente. Adesso che aveva il sole dietro le spalle poteva vederlo in faccia. Ammazza come mi somiglia, sembro io più vecchio. Solo la voce non era come la sua, quello sparava cannonate non parole.
-Stringi troppo le chiappe, disse il gigante, come uno che corre al cesso con una cagata in canna. Più tranquillo; concentrati scemo.
Lucco stava come i bambini obesi il primo giorno di scuola. Mi guardano tutti il culo adesso, come fossi una checca, pensò e sentì centinaia di occhi aggrappati alle sue chiappe. Quello che parecchi di loro stavano pensando era già in grado di immaginarselo.
Questo gran figlio di puttana  sta mettendo il mio culo su una passerella, pensò con un brivido, e queste sono bestie affamate, che non vedono una donna da anni. Lui ci si diverte, l'infame mentre io stanotte non chiuderò occhio. 
Così dal giorno della sua sfilata avanti e indietro nell'ora d'aria aveva sempre trovato qualcuno che gli faceva l'occhiolino, qualche altro con la solita battutaccia pronta, e sotto la doccia, con la faccia insaponata e gli occhi chiusi perché non vi penetrasse sapone, gli era spesso arrivata una mano rapace ad agguantargli il culo. Fino alla condanna del tribunale d'Assise a ventotto mesi. Lì cambiò tutto di colpo e nessuno sembró più interessarsi a lui.
Aveva incominciato a lavorare in falegnameria facendo orari normali, dalle otto a mezzogiorno, pausa pranzo, un'ora d'aria e poi di nuovo al lavoro dalle due alle sei. Ma continuavano a fare tutti le loro cose come se nemmeno si accorgessero che esisteva;  Nick lo vedeva solamente durante il pranzo, seduto ad un tavolo coi suoi intimi amici.
Dopo un paio di settimane di strana indifferenza totale qualcosa improvvisamente accadde. Un mercoledì qualsiasi di un mese qualsiasi, che visto dal carcere sembrava un giorno un po' piovoso, una volta entrato nella sala della mensa, preso un vassoio con una bottiglia di acqua minerale, un bicchiere, un piatto di penne al sugo e due polpette e recatosi al suo tavolo, trovò il suo posto occupato da un altra persona.
-Vai laggiù, gli disse Giovannone indicandogli un tavolo per quattro dove sedeva un solo ospite, Nick vuole parlarti.
Mangiarono in assoluto silenzio; sembrava che Nick non si fosse accorto della sua presenza. Trangugiò metà del suo bicchiere di acqua minerale frizzante, si batté due colpi veloci sullo stomaco e ruttò soavemente. 
-Quando tu uscirai di qui, cominciò a dire masticando un mezzo stecchino e guardando altrove dalla faccia di Lucco, io ne avrò ancora per un anno.
Tolse lo stecchino di bocca, sputò violentemente per terra, reintrodusse metà dello stecchino tra le labbra. 
-Passerai il tuo tempo libero insieme a me. Dovrai imparare tutto.
-Che cosa dovrei imparare?
-A parlare esattamente come me; a muoverti esattamente come me, a fare tutto quello che faccio io e-sat-ta-men-te. Quando uscirai di qui dovrai sembrare me come una goccia d'acqua.
-Ma perché?
-Sei ingaggiato come sosia di Nick Cammello. Tu sarai il mio alibi, capito?
-Non del tutto.
Nick sbuffò. Incominciava a perdere la pazienza, ma doveva spiegarsi bene se voleva che quel morto di sonno facesse il suo lavoro per bene.
-Ho un paio di cosette da portare a termine e non voglio tornare subito a muffire qui dentro. Hai capito adesso?
-Dovrei farmi vedere da qualcuno altrove mentre tu fai i tuoi lavoretti?
-Non da qualcuno, da tutti.
Lucco esitava. Una cosa gli era chiara: lui rischiava dieci anni, perché gli sbirri non erano così scemi.
Provò a sfilarsi dal personaggio che Nick gli stava cucendo addosso.
-Tu hai più del doppio dei miei anni. Non funzionerà. Se ne accorgeranno subito e saremo nei guai.
-Ho amici dappertutto. Ci penserà La Pisola.
-E chi cazzo è sta pisola?
-Lavora alla RAI. È il capo del reparto trucco e parrucco. Due ore nelle sue mani e non ti riconoscerà nemmeno mia madre.
-Non credo di essere capace a fingere così bene.
-Ci devi riuscire, con le buone o con le cattive.
La minaccia di Nick era esplicita. Lucco fece un ultimo tentativo.
-Ma a me che mi viene in tasca?
-Ho detto che sarai ingaggiato. Questo vuol dire che ti pagherò benissimo. Tu non li hai mai visti i quattrini che ti darò io. E adesso vattene. Quello stronzo di guardiano là in fondo sta buttando l'occhio su noi due.

Dal giorno di quel colloquio all'ora di pranzo sembrava che tutti in quel carcere sapessero dell'allievo che stava imparando dal maestro a muoversi e a parlare, forse anche a pensare; tutti i carcerati ma non solo, anche i custodi ignoravano quello che Nick Cammello e Lucco stavano architettando, oppure facevano finta di niente. 
Oramai Lucco non passava uno solo dei momenti di libertà lontano da Nick. Solo la notte rimaneva nella sua cella insieme ai primi camerati che aveva incontrato lì dentro, che da parte loro non facevano mai domande.
Una vera e propria associazione a delinquere, pensò Lucco. Qui dentro nessuno fiata.
Pranzava sempre allo stesso tavolo, davanti a Nick, in silenzio finchè lui non faceva il suo ruttino. Poi attaccava a parlare dandogli informazioni e suggerimenti.
Sarà stato per effetto del silenzio intorno a lui, ma Lucco aveva la sensazione che la sua importanza là dentro fosse aumentata e che gli altri lo rispettassero come fosse un capo. In carcere le gerarchie sono severissime: Nick era chiaramente in una posizione altissima e nessuno avrebbe mai osato contraddirlo o mettersi  di traverso lungo la sua strada.
L'ultima settimana prima della fine della sua pena Lucco vide che al tavolo di Nick i posti accanto a lui erano di nuovo occupati dai suoi amici. Non disse una parola e sedette accanto a Giovannone nel suo vecchio posto. Ormai era un esperto e non faceva domande inutili. Nel cortile per l'ora d'aria sedette su uno scalino all'ombra in attesa che qualcosa succedesse. Pensava di veder arrivare uno dei compari più fidati di Nick, invece fu proprio lui a sederglisi accanto. Gli mise in mano un biglietto strettamente ripiegato senza curarsi se qualche guardiano li stesse osservando, quasi con ostentazione. 
-Quando esci vai a Roma col primo treno. A Termini da una cabina pubblica chiama il numero che sta scritto nel foglietto. Si chiama Biagio, ha una pizzeria in Via Trento vedrai l'insegna "Da Biagio", facile no? Ma prima telefona e avvisalo che arrivi.
-E dopo che faccio?
-Pensa a tutto lui. Ti sistemerà lui e tu farai sempre quello che lui ti dice. Noi due fuori di qui non ci incontreremo mai.

L'insegna della pizzeria la si poteva vedere da lontano: "DA  BIAGIO  PIZZA", protesa in fuori dal muro del palazzo, in neon verde come quelle delle farmacie. 
Biagio era un omone di mezza età, barbuto e sorridente. Quasi gli stritolò la mano nel salutarlo.
-Non hanno esagerato nemmeno un po', gli disse dopo averlo squadrato davanti, di lato e di dietro; tu sei come Nick da giovane. Sarà un lavoretto facile per La Pisola.
Si tolse il grembiule da pizzaiolo, sussurrò qualcosa in un orecchio del ragazzo che stava dietro il bancone e uscì dal locale sottobraccio a Lucco.
Lo guidò dentro la prima traversa a sinistra e si trovarono in un intruglio di vicoli e stradette col selciato lastricato a sampietrini come doveva essere dappertutto nella vecchia Roma.
Si fermò al 14 del Vicolo del riccio, un portoncino stretto. Dopo  veniva una saracinesca abbassata, verniciata verde smeraldo con una vistosa B maiuscola nera in basso a destra.
-Volevo farti vedere il covo. Al terzo piano, dove c'è quel balconcino, abita Nick quando è libero, e qui dentro organizza i suoi lavori. Il garage invece è mio e ci tengo la Mercedes, perché qui sono tutti ladri.
-Mi pare un po' troppo al centro sto posto per essere un covo, provò ad obiettare Lucco.
-Sicurissimo invece, rispose l'altro prontamente. Gli sbirri questo posto non lo conoscono, e qui abita tutta gente nostra, gente fidata. Dovesse succedere un imprevisto, insomma se apparissero sbirri o carabinieri, basterebbe un fischio e Nick dal retro salterebbe sul terrazzino sotto le sue finestre, poi di lì, terrazzo dopo terrazzo, in una manciata di minuti sbucherebbe libero come un uccello in Piazza San Giovanni, proprio accostato alla Chiesa.
-Devo abitare anche io lì dentro?
-Sei pazzo? Tutto riesce se nessuno vi vede mai insieme; nessuno deve immaginare che esista un Nick bis. Adesso prendiamo la Mercedes e io ti porto a casa tua.

Tornarono indietro verso il centro ad andatura normale, rispettando stop, semafori rossi e passaggi pedonali. Non era con una macchina di quella classe che si potevano fare le solite gimkane, né sgommare al verde: Biagio non voleva assolutamente dare nell'occhio, perché una Mercedes Esse nera metallizzata coi vetri oscurati la vedono tutti in mezzo a mille altre auto.
A Porta Pia Biagio imboccò via Nomentana, la percorse tutta fino a Monte Sacro; di lì viale Adriatico e poi viale Jonio. Si fermarono su un largo marciapiedi, di fronte ad una villetta ad un piano, con un bel pezzo di giardino alberato. L'intera area era recintata da una siepe di sempreverde alta circa due metri.
-Questa è proprietà mia, disse Biagio compiaciuto. Qui ci porto le mie donnette.
Attraversò il cancello ed aprì il garage con un telecomando che aveva preso dal cassetto del cruscotto. Entrò nel garage, che si richiuse quando la sagoma della Mercedes fu passata tutta davanti ad un sensore; contemporaneamente si accese la luce all'interno del garage.
-Faccio sempre così quando porto con me una signora, così adesso la stronza della villa accanto  non saprà mai chi è la fortunata. Può solo sbavare immaginando quello che facciamo.
Rise sguaiatamente facendo un gesto eloquente.
All'interno era un attrezzatissimo pied-à-terre, le finestre tutte chiuse, tende abbassate e luce diffusa. Biagio accese il climatizzatore.
-Se ho ben capito non dovrò uscire di qui dentro, chiese Lucco.
-Non ti deve vedere nessuno, nemmeno il diavolo. Mai uscire nel giardino, né sulla veranda.
Ci sono libri da leggere, CD da ascoltare ma solo con la cuffia, perché qui una volta uscito io con la macchina devono pensare che non ci sia nessuno. Nell'altra stanza hai un computer che potrai usare, dopo ti scrivo la parola per sbloccarlo. C'è anche la TV, che puoi vedere quanto ti pare ma ascoltare sempre e solo con la cuffia. Nel frigo c'è da bere quanto vuoi, ma non alcoolici. Per il mangiare provvedo io ogni giorno.
Si guardò intorno come a cercare ancora qualcosa da vietare o da raccomandare.
Tirò fuori dalla tasca interna della giacca una busta ben gonfia e gliela porse.
-Questa è per te. Ci sono cinquemila euro: è il tuo mensile.
Lucco la prese, la soppesò ma non aprì per controllare: sapeva che sarebbe stato uno sgarbo. Posò la busta sul tavolo con nonchalance e notò il sorrisetto sulla faccia di Biagio. Significava che era soddisfatto del suo comportamento "da grande".
-Ma quanto tempo dovrò rimanere chiuso qui dentro? È peggio di come stavo fino adesso, almeno avevo compagnia.
-Quel genere di compagnia che pensi tu non posso dartela....mai fidarsi di una donna e tu qui stai in segreto.
-Quanto devo starci almeno me lo potrai dire.
-Presto detto. Nick esce tra due mesi e mezzo per buona condotta. Due settimane per organizzare il lavoro, poi ti porto da la Pisola. Lo stesso giorno devi incominciare a farti vedere in giro, ti dirò io  dove e a che ora. Finito il lavoro di Nick ti farai vedere magari da me in pizzeria un paio di volte, poi termina il tuo ingaggio. Allora Nick sarà a migliaia di chilometri da qui e tu dovrai scomparire.  Hai un posto lontanissimo dove rifugiarti e ricominciare una vita?
Lucco aprì bocca, ma la richiuse subito.
-Allora, ce l'hai o no?
-Non conosco nessuno fuori dall'Italia.
-Ti troveremo un bel posto e ti daremo altri soldi, così potrai cavartela per un bel po'. Poi dovrai arrangiarti da solo, ma non sei un fesso e ce la farai.
Si guardò intorno, ma adesso gli aveva detto proprio tutto, o quasi.
-Nella dispensa in cucina c'è tutto per prepararti un piatto di spaghetti. Avrai certo imparato a cucinare un po' in questi due anni. Io vengo domani. Adesso facciamo schiumare di rabbia la stronza di fronte.

Rimasto solo Lucco si sdraiò sul lettone dove Biagio faceva le sue performance perché era stata una giornata faticosa e poi non aveva voglia di fare niente. Malgrado la stanchezza il sonno non arrivava e lui rimaneva cogli occhi spalancati sul soffitto a ruminare una domandaccia che gli veniva sempre su: perché non aveva detto a Biagio che lui un posto lo aveva, dove scomparire? Perché si era inghiottito la risposta alla domanda del trippone?
Suo cugino Mario Aradis, figlio della sorella di suo padre, quando i genitori erano morti in un terribile incidente stradale dove erano morte altre due persone, forse per lo sconforto oppure per non continuare a vedere quella casa oramai vuota, aveva venduto tutto quello che ereditava, la villa, il negozio al porto di Gaeta e l'intera flotta di pescherecci, sei in tutto, e se ne era volato a Brisbane, capoluogo del Queensland in Australia. 
Aveva investito tutti i suoi soldi in un'azienda di pesca d'alto mare, perché un marinaio resta tale in tutto il mondo e perché quella era stata sempre la sua vita. Quattro enormi pescherecci d'alto mare. Glielo aveva scritto mentre era in carcere. 
"Quando uscirai da quel brutto posto prendi un aereo e vola quaggiù. Lavorerai insieme a me. Ti tornerà utilissimo il tuo diploma da ragioniere perché qui c'è lavoro da matti. L'inglese che hai studiato a scuola ti basterà per iniziare, poi lo impari stando qui a contatto con la gente. Non starci a pensare, perché tu in Italia sei oramai fottuto: sei un pregiudicato e ti staranno sempre col fiato sul collo. Qui nessuno ti conosce. Non credo che tu abbia una scelta migliore."
Verso le due di notte credette di avere trovato la risposta alla sua domandaccia: perché aveva il mal di pancia, ecco il perché. Gli era venuto su quando Biagio gli aveva raccontato per benino quello che avrebbe dovuto fare tutto il tempo: prepararsi ad agire quando Nick sarebbe uscito di galera. Agire, già. Per quello gli era venuto il mal di pancia e quello era per Lucco il segnale di pericolo. Come quando era bambino e dopo che ne aveva combinata una delle sue, il padre lo cercava con la cinghia dei pantaloni in mano e a lui arrivava al galoppo il mal di pancia. Come quando lo avevano beccato a Livorno quella mattina con lo zaino zeppo di erba e a lui da un pezzo faceva male la pancia appunto. Il mal di pancia come presentimento di una sciugura imminente. Non se lo riusciva a cacciare di testa specialmente adesso che tutto quel gran casino messo su per lasciar fare il colpo del secolo a Nick gli sembrava uno zabaglione dove lui rischiava di affogare.
Starsene chiuso al buio per più di due mesi a tirarsi la pelle dei coglioni, dopo avere imparato movenze e linguaggio del Nick 1.0 per poter essere in grado di ingannare tutti quanti con la sua versione Nick 2.0; tutto l'ambaradan dell'andare a farsi vedere in giro da quell'ora a quell'altra gli sembrava il salto in un fosso di cui non vedeva il fondo: dove sarebbe atterrato c'era acqua, sabbia o merda? Come potevano essere tanto sicuri di far fessi gli sbirri? Se ne erano accorti tutti in galera che lui e Nick sembravano fatti con lo stampino, come potevano pensare che gli sbirri fossero tanto scemi da non fare due più due uguale quattro?
Una spiegazione cominciava a vederla: a nessuno interessava quello che sarebbe successo a Lucco dopo. Nick sarebbe volato lontanissimo mentre lui sarebbe stato acciuffato e riportato in galera di gran carriera. Concorso in rapina, si chiama quel reato e non gli avrebbero dato meno di 15 anni. Se poi ci fosse scappato il morto dietro di lui si sarebbero chiuse le porte del carcere per un fine pena MAI.

Da quella prima notte, chiuso nella sua prigione dorata, aveva cominciato a fare tutte le congetture possibili per sfuggire al macigno che gli tenevano sospeso sopra la testa. Aveva tutto il tempo che voleva perché le giornate non passavano mai. Ogni due giorni arrivava Biagio coi viveri freschi e portava via i residui.
-Meglio non esagerare, perché io prima non venivo tutti i giorni e mai con una cadenza fissa; insomma venivo quando me ne capitava una buona buona. Non vorrei che la stronza della villa accanto s'insospettisse e arrivasse a pensare che qui dentro c'è qualcuno nascosto. Le donne sono diaboliche e poi non tengono mai la boccaccia chiusa. Tu fai silenzio, mi raccomando, e non fatti sgamare.
Così dopo due settimane aveva iniziato a venire non più ogni due giorni, ma casualmente, come ai bei tempi delle sue puttane. A Lucco non dispiaceva affatto questo nuovo sistema, gli bastava che i viveri arrivassero e che i suoi panni sporchi tornassero indietro lavati e stirati. E intanto faceva i suoi piani perché di una cosa era certo: lui in galera non voleva tornarci più, oltretutto senza colpa né peccato.

-Fra tre giorni mettono Nick in uscita, gli disse Biagio un sabato con aria soddisfatta. Lo vado a prendere io e lo porto in pizzeria, poi alla sera lo accompagno al covo. Incomincia a raccogliere le tue cose perché entro una settimana inizia il tuo lavoro.
Questo significava per Lucco che entro una settimana iniziava il ballo per concludere la festa. Stava a lui ballare bene, svelto e senza sbagliare passi in modo che la festa finisse in gloria e non in merda.
Comunque era in vantaggio col tempo; aveva fatto benissimo a preoccuparsi di tutti i dettagli del suo piano, eliminando quello che strada facendo gli era sembrato superfluo o inopportuno. Sapeva che poi avrebbe avuto ben poco tempo per attuarlo, quindi doveva già tutto essere stampato nel suo cervello come già avvenuto, in modo da leggere il percorso passo dopo passo ed evitare ogni inciampo e perdita di tempo.
Incominciò a raccogliere le sue cose con una certa allegria in corpo. 

Il mercoledì successivo, come Lucco aveva previsto, Biagio lo chiamò sul cellulare.
-Fra mezz'ora sono da te.
Ma lui era già in poltrona calzato e vestito col troller pieno di cose. Adesso trucco e parrucco, pensò. Non poteva essere altrimenti. Gli sembrava di muoversi in un film e tutto gli si spostava intorno come lui aveva immaginato.
Lucco entrò nella Mercedes ferma in garace, allacciò la cinghia di sicurezza ed aspettò che Biagio gli rivolgesse la parola.
-Qui non verrai più. Adesso andiamo non tanto lontano, in Viale Libia, dove la Pisola ha il suo studio privato. 
Fece una risatina.
-Lui dice che lì dentro studia le acconciature e i maquillage per l signore di alto rango.
Altra risatina.
-Non vuole farci sapere quante se ne tromba il porcaccione, ma sono affaracci suoi. Adesso vedrai come ti sistema.

La Pisola, Augusto Balducci, come si presentò a Lucco stringendogli vigorosamente la mano, era un bell'uomo sui quaranta, o forse era la sua arte a truccare anche la sua vera età. Lo fece accomodare su una poltrona identica a quelle dei barbieri, di fronte ad un enorme specchio sul quale in basso aveva fissato alcune foto a grande ingrandimento del volto di Nick Cammello, preso da ogni lato. Biagio gli dava corda e la Pisola chiacchierò per tutto il tempo, raccontando certe storie successe a lui con alcune grandi attrici con la puzza sotto il naso. Così tre ore passarono in un lampo.
Lucco aveva seguito ogni mossa del mago del trucco e mano a mano vedeva emergere sempre un nuovo particolare che non gli apparteneva, ma che lo faceva sempre più apparire come il vero Nick. Alla fine la Pisola controllò il suo lavoro minuziosamente e soddisfatto liberò Lucco dell'asciugamano che gli copriva il corpo interamente.
-Et voilà, monsieur Nick Cammellò, come si sente adesso così ben invecchiato?
-Fantasticamente! Rispose Lucco convinto. Un gran bel lavoro, signor Balducci.
-Dura una settimana, non di più. Dovesse servire più a lungo devo intervenire di nuovo, aggiunse guardando Biagio.
-Decide tutto Nick, quello autentico, gli rispose Biagio.

-Ora ti porto in una pensione di amici nostri, gli disse Biagio una volta ritornati a bordo della Mercedes. Non sta troppo lontano dalla pizzeria, in via Merulana. Te ne starai al riparo tranquillo e aspetterai la mia telefonata. Loro sono al corrente di tutto. Non faranno domande; ti porteranno i pasti in camera.
-Quando dovrò rimanere lì dentro?
-Aspetta la mia telefonata.
Si mise una mano in tasca e ne tirò fuori le chiavi di un auto.
-Queste sono le chiavi di una BMW rossa decappottabile, che troverai nel garage della pensione. La targa è scritta qui nel pendant del portachiavi. Userai solo quella per i tuoi spostamenti e poi la riporterai sempre nel garage della pensione.
Quando lo vide sistemato nella camera molto accogliente gli diede gli ultimi avvertimenti.
-Non affacciarti alla finestra e tieni sempre il cellulare acceso.
-Pensi che dovrò aspettare molto?
-Sono sicuro che ti chiamerò appena fa sera.

Puntualissimo sul far della sera Biagio chiamò Lucco.
-Tu Roma la conosci bene, vero? Devi andare in Viale dei Glicini.. Ferma l'auto accanto al marciapiedi di fronte al numero 146. Vedrai un'insegna in alto molto grande e luminosa: "Fratelli Francesco e Michele Voghera - Pompe funebri". Non devi uscire dalla macchina, solo abbassare il finestrino ed aspettare. Ti verrà incontro qualcuno, forse Ciccio Voghera, ma può darsi che venga anche Mike. Appena chi viene starà ad una distanza tale da riconoscerti tu rimetti in moto e parti, lentamente. Non sgommare, non deve pensare che tu scappi. Parti lentamente e torna alla pensione. 
-Tutto qui?
-Per questa sera è tutto. Adesso ripetimi quello che ti ho comandato.
-Ok, disse Biagio dopo avere riascoltato; parti subito.

Mentre viaggiava ad andatura regolare per le strade del centro Lucco pensava. Cosa diavolo stava a significare quella passeggiata? Doveva essere un avviso per i due fratelli, "eccomi, sono qua, sono proprio io"? Facevano parte della banda anche i due beccamorti? Dovevano poi loro trovare gli altri testimoni oculari, quelli che avrebbero creato l'alibi per Nick? Inutile negare, ma quello era un diversivo, una variante che non aveva preso in considerazione durante tutte le sue elucubrazioni nella villa delle maialate. Avrebbe dovuto fare un riepilogo generale daccapo, ma prima occorreva vedere come i due cassamortari avrebbero reagito.
Lucco entrò in Viale dei Glicini molto,lentamente col finestrino interamente abbassato. La sera era discesa ma l'illuminazione stradale era ottima in quel viale. Vide l'insegna da lontano. Impossibile non vederla tanto era enorme. Si fermò lì davanti e spense il motore.
Vedeva qualcuno muoversi dentro l'agenzia. Luci al neon fortissime illuminavano a dovere e si poteva distinguera anche l'arredamento.
Un uomo assai corpulento uscì sulla soglia. Guardò attentamente e diede una voce all'interno. Subito ci fu movimento e più d'uno si affacciò alle vetrate. Poi un altro omaccione si avvicinò al primo. Parlottarono brevemente, poi si mossero in coppia. Venivano con passi corti ed estremamente cauti, guardando a volte intensamente verso di lui, a volte ai loro lati come se volessero evitare che qualche estraneo notasse la loro manovra.
Quando furono così vicini da potere riconoscerne i lineamenti, come da istruzioni ricevute Lucco mise in moto e si allontanò con estrema lentezza. Diede a quei due una guardata di sbieco e certo doveva avere un sorriso stampato in faccia. Gli sembrò di vedere che uno dei due imprecasse, mentre l'altro si era arrestato. Ma nessuno dei due aveva manifestato un che di amichevole nei suoi confronti.
Non proprio amiconi di Nick, pensò Lucco. 

Si distese sul suo ampio letto ed aspettò la telefonata di Biagio. Gli sembrò che fosse passato un secolo dalla prima. Certamente adesso ci sarebbero state nuove istruzioni. 
Si svegliò che era notte fonda. La tensione lo aveva fuso ed era crollato nel sonno. Prese in mano il cellulare: non c'erano chiamate perse né messaggi. 
Lucco si sentì improvvisamente solo ed assediato come una torre di sabbia in un deserto. Il mal di pancia era già arrivato, molto potente tendenza a salire. Questo era molto peggio della sensazione di abbandono, questo significava che si stava infilando il cappio intorno al collo da solo.  Aveva capito che la cosa andava risolta molto più rapidamente di quanto avesse pensato, e questa impellenza gli aumentava i dolori al ventre ed il nervosismo. Ma doveva pensare freddamente. Ogni errore sarebbe stato fatale.

Saltò la prima colazione ed a pranzo sbocconcellò qua e là senza voglia: lo stomaco era chiuso ed il mal di pancia lo divorava.
Il cellulare vibrò con forza poco prima delle quattro.
-Hai fatto un bel lavoro ieri sera, bravo; sei stato perfetto. si congratulò Biagio. Alle sedici e trenta parti di nuovo. Devi tornare in Viale dei Glicini. Questa volta scenderai dalla macchina. Quando Ciccio o Mike Voghera verranno verso di te, tu dovrai avvicinarti a loro, tranquillamente. Se ti danno la mano gliela stringi altrimenti tu non offri la tua mano, capito?
Certamente ti diranno di seguirli dentro la loro agenzia e tu li seguirai senza fare storie.
-Un momento, interloquì Lucco. Non mi sembravano molto amichevoli ieri sera.
-Non erano troppo sicuri che fossi proprio tu, e poi hanno sempre quelle facce da funerale, capirai col mestiere che fanno.
-E poi dentro che succederà? Come mi dovrò comportare?
-Ti offriranno da bere e tu bevi, non ti far tirare la calza. Poi ti parleranno di affari e tu stai bene attento a quello che ti propongono, ma prendi tempo. Digli che devi parlare con "gli altri" e poi gli farai sapere. 
-Aspetterò una tua telefonata oppure farai come ieri sera?
-Certo, certo...ti telefono io. Stasera ti chiamo e tu mi dici come è andata.
Quando staccò la conversazione Lucco aveva capito dal tono e dalle pause di Biagio che qualcosa di grosso bolliva in pentola. Il momento di muoversi era arrivato e non aveva più tanto tempo a disposizione.
Il mal di pancia era tornato, fortissimo.

Rimise il cellulare nella tasca posteriore dei pantaloni, ma si vedeva che Biagio non era troppo contento.
-Perché fai quella faccia? Rimettiti seduto al tavolo e finiamo la partita, perché poi avremo un sacco da fare. 
Seduto al centro del grande tavolo insieme agli amici storici e due mazzi di carte francesi sparpagliate in una interminabile partita di Scala Quaranta, Nick Cammello guardava Biagio con un'espressione dura.
Biagio cercava le parole giuste. Non gli piaceva quel tono.
-Il fatto è che mi dispiace...mi dispiace per quel ragazzo...l'ho conosciuto...mi pare una persona a posto, magari un po' ingenuo...ma mi infastidisce forte pensare a quello che lo aspetta...
-Pensi che a me faccia piacere? Pensi che non lo abbia conosciuto meglio io che stavo al gabbio con lui? Era il tipo giusto e non solo per la somiglianza, ma non fa domande e di mala capisce molto poco.
-Potevamo pensare qualche altra cosa...magari proteggerlo...che so...
-Sei diventato scemo? Ciccio e Mike Voghera sono la Mafia non una banda rivale. Dopo lo sgarbo che gli ho fatto, dopo che gli sbirri gli hanno ammazzato il fratello più giovane per colpa mia loro hanno in mente solo la vendetta: non hanno pensato  ad altro da quel momento se non ad ammazzarmi come un cane rognoso. Potevo fuggire? E dove? Mi sarebbero venuti a prendere pure all'inferno e avrebbero massacrato pure voi. Dammi retta, Biagio, quando me lo sono trovato davanti in galera ho capito che Lucco fosse la mia unica speranza di far finire sta guerra, per salvarmi il culo e salvare il vostro. È con me che ce l'hanno non con voi. Quando stasera lo avranno ammazzato lo butteranno dentro la fornace, di lui non ci sarà più traccia e loro penseranno che finalmente Nick Cammello è crepato. Stasera stessa col furgone partiamo noi quattro; domattina all'alba siamo a Zurigo e di lì con un aereo a Francoforte. Lo stesso giorno ci si imbarca per l'Argentina. Laggiù ho tanti amici. Farò una plastica, mi cambierò il profilo, cambierò sto naso da pecora che mi tormenta dalla nascita e nessuno mi troverá perché nessuno mi cercherà più.
-E io cosa devo fare?
-Resti qui un paio di anni e fai pizze. Poi sparisci come me.
-È una storia brutta brutta, Nick.
-Ti ricordi come dicevano gli antichi romani? Mors tua vita mea. Non c'era altro da fare, dammi retta. E adesso siedi che la voglio finire sta partita. Tra meno di un'ora incomincia il carosello a Viale dei Glicini e mi ci voglio concentrare.

Lasciò tutta la sua roba nella stanza della pensione. Non sarebbe mai più tornato, ma non doveva farlo capire a nessuno. Prese solamente con se il borsello con i soldi, quasi quindici mila euro, ed i suoi documenti. Stava per lasciare anche il cellulare, ma non voleva che Biagio venisse magari a controllare in sua assenza e capisse al volo. Il telefonino doveva essere sempre acceso e a disposizione.
-Col cazzo! disse a voce alta, così potete sapere sempre dove mi trovo. 
Se lo mise in tasca ed uscì.
Appena nella BMW spense il cellulare. Sul pavimento accanto al suo parcheggio c'era un tombino. Infilò lì dentro il cellulare. Osservò dall'alto e si accorse con piacere che non se ne vedeva niente.
Attraversò la città dirigendosi verso quel dedalo di stradette che sorgevano intorno a Stazione Termini. Era nato in via Gioberti e lì diventato grande. Trovò subito il vecchio spazio e lì parcheggiò la BMW. Non erano affari suoi quel che ne avrebbero fatto. Le chiavi nel cruscotto qualcuno prima o poi le avrebbe notate e di quell'auto non se ne sarebbe più avuto notizia. Entrò nella stazione e si recò imediatamente all'ingresso dell'hotel diurno. Prese un vano con doccia, Non impiegò più di dieci minuti a strappare tutto il magnifico lavoro de la Pisola. Fece una doccia veloce e si tolse dal viso tutti i resti delle colle e del cerone che aveva, nonché del poco grigio spruzzato sui capelli. La Pisola si era raccomandato di non passarci mai acqua calda o tiepida. Appunto.
Uscito dal diurno più giovane di venti anni entrò nella grande agenzia di viaggi  che stava di fronte alla biglietteria centrale.
-Devo prendere il primo volo possibile per l'Australia. 
-Dove esattamente?
-Brisbane.
-C'è un volo Luftansa fra tre ore, ma...
-Ma cosa?
-Le costerà una cifra, mentre domani alla stessa ora le costerebbe molto meno.
-Parto stasera.
Il biglietto fu pronto in un paio di minuti. Costava una cifra, ma era la sua libertà e la fuga dal carcere.
Lucco entrò velocemente nell'ufficio postale della stazione Termini.
-Devo fare un telegramma per Brisbane.
-Un cablo.
-Sì, certamente.
-Scriva sul modulo indirizzo e testo.
Scrisse solamente: "arrivo domani sera tardi col volo LZ 2441 BA. Luca". Indirizzò a suo cugino.
Fatto anche questo. Rimaneva una sola cosa da fare. Gli faceva schifo, ma doveva essere sicuro che non gli corressero dietro in massa. 
Entrò in una cabina dell'ufficio postale e cercò un numero sull'elenco generale di Roma. Trovò subito il numero della centrale dell polizia.
-Metta in funzione il registratore che è importante.
-Mi dica innanzitutto il suo nome.
-Piantala e registra.
-Il registratore è sempre in funzione.
-Allora stammi a sentire. Nel Vicolo del Riccio al numero 14 c'è una banda, quella di Nick Cammello che sta organizzando un colpo grosso assai. Sono tutti lì, almeno lui sta lì. Fate attenzione cha scappa dal retro sui terrazzini fino al fianco della basilica. Accanto al 14 c'è un garage dove di solito sta parcheggiato un Mercedes ESSE nero. Si muovono con quello.
-Scusi, posso sapere almeno...
-Fatti i cazzi tuoi e bada che il colpo lo fanno stasera...hai capito? Stasera.
Riattaccò.
Adesso aveva finalmente finito. Prese un taxi e si fece portare all'aereoporto di Fiumicino.
-Devo stare lì tra meno di un'ora. Qui ci sono cento euro per te. Muoviti. 

NIck stava vincendo, ma il tempo era scappato.
Si alzò e prese sottobraccio Biagio, incupito e muto dopo il loro scambio di idee. Guardò l'orologio.
-Adesso lui ha parcheggiato e scende dalla macchina. Si appoggia alla portiera. Loro lo hanno già visto perché la conoscono a memoria la mia BMW rosso fuoco. Adesso Ciccio e Mike Voghera gli vanno incontro. Scommetto che gli faranno un sorriso grande così. Forse gli danno anche la mano. Adesso lo invitano dentro e lui ci va. Perfetto. Attraversano la strada e lui li incanta con la sua voce soave. Ora si siede. Ora beve il caffè col sonnifero. Ancora due minuti e già reclina il capo. Adesso, sí. ora lo prendono e lo portano nel laboratorio di dietro, lo depongono dentro una bara. Iniziano a colpirlo con un coltello, scommetto che il primo è Ciccio, almeno tre coltellate, poi MIke altre tre. Non è ancora morto. Chiudono la bara e lo portano via col primo carro libero. Vanno alla fornace al Verano e lì lo cremano. Fra un'ora non ci sarà più altro che un mucchietto di cenere. 
Dai Biagio che ce l'abbiamo fatta. Tanto lavoro, tanta preparazione e finalmente liberi di vivere.
E proprio nel mezzo del giubilo una squadra di agenti incappucciati piombò dentro il covo sfondando la porta. Sentirono altri tirare su la saracinesca del garage.
-Io sono pulito, capo, disse pronto Nick; sono uscito da nemmeno una settimana dal carcere di Civitavecchia, eccole le carte del mio rilascio.
-Nicola Carapelli, vecchia conoscenza, vero?
Il commissario controllava le carte.
-Avevi nostalgia della galera a quel che pare.
-Stavamo giocando a carte.
Arrivò un agente con una borsa.
-Vediamo cosa c'è qui dentro, disse il commissario svuotando la borsa sul tavolo.
-Uhm, e a cosa ti servono tutti questi soldi? Qui ci sono almeno duecento mila euro, ad occhio.
-Sono i miei risparmi.
-Bella risposta, Nicola.
Arrivò un altro agente con due grosse borse.
-Sotto oltre al Mercedes c'è un bus Ford carico di pacchi, di troller e di valige. Nel cruscotto c'erano questi.
-Due serie di biglietti: quattro per un volo Zurich- Frankfurt am Main e altri quattro Frankfurt am Main-Buenos aires. Una bella fuga, direi.
-Una vacanza capo, una vacanza dopo cinque anni là dentro.
-Ok, amico. Adesso venite tutti con noi al commisariato poi vedremo.
A bordo del furgone ammanettati ed a contatto di spalle, Biagio disse a Nick:
-È stato tutto inutile far ammazzare quel ragazzo.
-Non hai capito un cazzo, Biagio: quel ragazzo come lo chiami tu ci ha fregati tutti. Ma uscirò dal carcere di nuovo.

Il volo Luftansa LZ 2441 BA decollò in orario perfetto con una eccellente manovra. Solo allora Lucco si liberò del mal di pancia. Si abbandonò completamente nella poltrona molto comoda e dopo un paio di minuti già dormiva. Anche i giovanotti crollano dopo ore di stress.



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