lunedì 20 novembre 2017

MURFICO E IMPEROCCHESE


Alcuni giorni fa ragionando sul blog di Marina Guarneri, il taccuino dello scrittore, per dare forza ad una mia teoria ho riesumato un modo di scrivere che usavo ai tempi del liceo. Lo avevo chiamato murfico e ne andavo particolarmente fiero, tanto da averlo adoperato in alcuni miei temi, col dovuto rispetto per il mio professore molto conservatore, di cui però già avevo aggirato le difese obbligandolo a mettermi dei nove per temi in classe letterari o storici poco importava, che io svolgevo sotto forma di racconti. Costretto nel senso che erano scritti troppo bene e rimanevano col racconto nell'ambito del tema voluto.
Marina è troppo intelligente e preparata per fare una piega, tanto più che già conosceva il gliglico di Julio Cortázar. 
Nei commenti salta su Luz, blogger col suo io, la letteratura e Chaplin, che facendo riferimento a Fosco Maraini mi invitava a scrivere ancora in murfico.
Naturalmente ho immediatamente esaudito quel desiderio, che era anche il mio, perchè il murfico mi incolla ancora alla pagina, mi riporta indietro ai tempi beati del liceo e già ci avevo scritto in non so più quale blog un paio di poesie.
Ne cito una sola frase per lasciarmi capire

Katiloffando came nen los kotriones de la rubenta  orcheqquando al cupido pesiquamente ardilloso s'impriolò di biavida lacca.

Una cosetta così. E oramai mi era entrata nella penna e nella tastiera fuoriuscendo dalla capoccia mia. A quel punto però mi risovvenne che non solo di murfico vivevo, ma addirettura in quella meravigliosa stagione avevo iniziato a scrivere in imperocchese, diverso dal murfico, ma altrettanto stupefacente, al punto che dopo aver iniziato a scrivere poesie in quel linguaggio, che recitavo io stesso in classe con la voce di Ruggero Ruggeri il maggior attore teatrale dell'epoca, mi decisi, sollecitato dallo stesso professore diventato oramai un mio ultras da curva di stadio, a scriverci una commedia, che rappresentammo nel teatro Traiano a Civitavecchia.
La gente non sapeva se ridere o piangere, ma la serata era a scopo benefico e ne uscimmo tutti vivi e tra gli applausi.
Ieri sera sul tardi ero in apnea sprofondato nei miei ricordi ed ho scritto la mia ultima poesia in imperocchese.
Non vogliatemi troppo male, por favor, anche io ho tra i miei lati deboli quelli proprio deboli forte. Io comunque mi ci sono divertito alla memoria.

SQUINTERNANTE  IMPEROCCHESE  ARGUTO

La rimpinguata stoppa
s'arrovellava nella scarnita cappa
argomentando enfatiche scansie,
brusche effigiando allocuzioni
acquatiche a mo' di meritevoli
scalinate dalla sostanza
illuminata e bifora per la bisogna.

Volgevasi le gote da groppa a groppa,
piovasco il calibro de la sempreviva
calorosamente succube di una
trivella, biascicando notturne
preci ampollose di condimenti
allucinanti, a guisa di bretelle
caledoscopiche nonché raffinate.

Mungevano vacche bianche e variopinte
il proprio latte, svernando con
le brache a tracolla, cavernose
muggendo stancamente nei labbroni
dei mitili abbandonati
al vento della notte.

"Sorgi Petrillo e se vuoi essere
il primo della classe, dillo".
Fu il coro sottopassato dalle poppe 
argute delle donne minute
che cercavano motti altosonanti
per sbatacchiare ortaggi e fuorviare
melanzane brucate a tutto spiano.

S'avvilupparono insieme tutti quanti
gli sbattichiappe e si leccarono i baffi
ciondolando dai rami nord e sud
del lago Trasimeno in piena
rivoluzione astrale, mentre
il gorgo  si umiliava in processi
dispendiosi. Amen, disse il prete.
Fottiti, rispose il sagrestano.

*****

Poesia avveniristica numero uno
20 novembre 2017

*****  










martedì 14 novembre 2017

DA PAGINA 210 DEL MANOSCRITTO

Il mio protagonista, l'autore del romanzo incompiuto, rientra in casa dopo un viaggio che credeva conclusivo. Si abbatte sconsolato sul letto ed inizia a raccontare a se stesso ed al fratello deceduto in un incidente le sue disavventure. Perché possiate vedere la differenza di stile di questa ultima parte definitiva ho deciso di postarlo.


E mentre salgo le scale già i primi, quelli vicino alla porta, che non entrano mai e stanno in piedi mezzi dentro e mezzi fuori come in chiesa alla messa cantata della domenica, già quelli si mettono l'indice davanti alla bocca e fanno ssscciitt, ssscciitt, ssscciitt e lo fanno a me che sto salendo al buio, perché è tutto buio, nessuno mi ha riconosciuto, ma poi nessuno si aspetta di vedermi salire da basso mentre tutte le volte scendo dall'alto del mio alloggio al terzo piano.
E allora mi fermo e resto a captare i commentini bisbigliati, l'Adelina se li sceglie sempre bene è veramente in gamba l'Adelina è lei la colonna dell'edificio e se lo merita un figlio così, ma tu non pensi che sia anche merito dell'Adelina se il figlio è così, e si capisce l'ha generato lei, io però intendevo altro, ho capito ma forse lui ci mette anche del suo seme, sì però lei gli fabbrica prati verdi e coltivati tutto intorno.

Hai capito Bentivoglio? Pensano che io ci metta qualcosa di mio. 

L'hanno intuita tutti la realtà e a me adesso è venuta la voglia di andarmene, ma fuori a quest'ora non vado di certo e allora è meglio salire in camera mia e magari aspettare lassù l'immancabile chiamata, ma per arrivare alla mia scala devo passare davanti alla porta dove stanno questi qui impalati e Lady Mum dal pavimento ha fatto togliere le mattonelle e le ha fatte sostituire col parquet e qualche tassello non è messo tanto bene e scricchiola e io lo so e cerco di evitarlo, ma come sempre mi succede ci metto ben bene il piattone sopra e quello emette un suono sinistro, un gemito infinito che stecca tra una nota di flauto e una di piano e tutti si girano indignati, ma finalmente qualcuno mi riconosce e di colpo chi mi tira per un braccio chi per una manica, così sono dentro, nel mezzo della sala trasportato su nastro davanti al flautista che mentre soffia mi guarda con disprezzo.
Così, chiedendo scusa a tutti, sparisco nella sala grande che è già piena, tutti seduti, solo posti in piedi, e sento già le martellate dietro la nuca e sono gli sguardi di mia madre inferocita e tanto vale che me ne resti fermo al centro della sala, ma a qualcuno do fastidio alto e grosso come sono perché sto in posizione strategica e gli impedisco di vedere come muove le dita il flautista, ché non gli basta a musica vuole pure il filmato, e allora mi giro, ma al buio è difficile non si trova mai quello che si cerca, ma poi che cosa cerco io nemmeno lo so e finalmente mia madre decide di mettere fine allo strazio e attraversa la sala col suo miglior sorriso in bocca e io li vedo benissimo anche al buio i suoi denti bianchissimi che più bianco non si può.
Tutti denti suoi quelli davanti, solo un ponte sui molari di sotto a sinistra di chi la guarda, e se li è fatti sbiancare  come le attrici del cinema e adesso lei, ridendo come Monica Bellucci, mi piglia un braccio con una mano, non coi suoi bianchissimi denti, no, con quelli vorrebbe strapparmi il naso, ma sorride e sorride e non dice nulla come quando mi batteva da per tutto col battipanni, solo mi stringe con una mano di ferro, un artiglio, Bentivoglio che tu ben conosci, e mi trascina in un angolo, e lì finalmente mi abbandona al mio destino, e lì finalmente mi giaccio e dentro di me piango, ma solo dentro di me, perché devo piuttosto preoccuparmi del fuori: non posso fare la faccia del funerale visto che tutta quella festa, tutte queste feste, si fanno per me. 
Ebbene, allora sorrido a destra e a manca, a tutti i visi sorridenti rivolti verso di me, tutti meno due, quello del flautista, che però ogni tante note mi guarda, e quello di mia madre girato fieramente dall'altra parte. Perfino la pianista mi sorride mentre sfiora i suoi tasti. Ora ho la ganassa slogata dal troppo sorridere, mentre qualcuno pietosamente mi mette sotto il sedere una sedia e adesso mi stanno venendo su i rimorsi. Per che cosa? Non lo so, per tutto immagino, per qualche cosa di specifico forse, deve essere così ma io non lo so, sarà la musica triste che codesto flauto produce, il flauto è come un pianto quando emette lunghi suoni dovuti ad un unico fiato, e sembra proprio che questo dannato flautista emetta solo fiati lunghissimi e allora giù lacrime, che nel buio fanno risaltare gli occhi che diventan lucidi e qui ce l'hanno ormai tutti, e a me proprio questo mancava 'stasera per farmi sentire ancora peggio. E se mi mettessi a urlare? Ma non posso distruggere la vita a Lady Mum, così ci rinuncio  e abbozzo tutto quel che verrà da ora in poi; tanto adesso il flautista ha finito e anche la pianista e tutti applaudono convinti quei due che si sprofondono in inchini, perché per i soldi che ricevono da mia madre devono pur mostrare di essere soddisfatti. Ma adesso che i musici se ne vanno si voltano tutti a cercare me nel mio angolino, che cerco di schiacciarmi al muro e queste sono le occasioni in cui vorrei essere microscopico e invisibile. Maledico le mie masse Bentivoglio, come quando mi cercava per suonarmele e mi trovava subito.
Cosa sta dicendo adesso mia madre?
-Mio figlio ha un attacco di timidezza.
-Chi, lui? Chiedono in tanti, quasi all'unisono.
-Capita a tutti gli artisti, ai poeti, ai musicisti, ai creatori insomma. L'avevo letto in un libro e pensavo fossero esagerazioni invece è verità, e lui ne è la prova vivente.
-Ma come succede, Adelina?
Oramai la chiamano tutti per nome, Adelina prima, la grande.
-Succede quando i creatori sentono di creare qualcosa di veramente importante, di essenziale che esce dal loro spirito non solo dalla loro mente, e allora ammutoliscono. Pensate a Beethoven che non disse a nessuno che stava ancora componendo una sinfonia dopo l'ottava: se la tenne per sé, e se non fosse stato un suo allievo a scoprirla probabilmente l'avremmo ascoltata solo dopo la sua morte.
E questa se la stava inventando o dove diavolo l'aveva scovata Lady Mum?
-Pensate a Gogol che si sente vicino a morire e brucia pagine e pagine del suo ultimo manoscritto Le anime morte, e da tempo non ne faceva più parola con nessuno.
Oramai li hai quasi convinti Lady Mum, piantala lì, non insistere ma tu non sai vincere, vuoi stravincere, e allora vai pure avanti, madre mia.
-Questa sera farò cosa che non mi sono mai permessa di fare: leggerò io un paio di pagine che ho trovato sulla sua scrivania, indifese, lasciate da lui, dimenticate da lui.
Che fai? Sei matta!
Lei però ha già attaccato: sono soltanto appunti ma lei legge come fossero il quinto vangelo.
Non hanno senso, smettila! Ma lei tira dritta, Bentivoglio, e sembra quasi...no, sono sicuro che sia così: sta sbeffeggiandomi, Bentivoglio. Lei legge gli appunti come se...e la gente penserà, adesso chissà che gran porcheria sta scrivendo questo somaro...lei mi sta umiliando davanti a tutti, legge, legge e legge, almeno quattro pagine senza capo né coda Bentivoglio, ti garantisco Bentivoglio, senza capo né coda. Immagino che adesso qualcuno si alzerà e abbandonerà la sala, ma restano tutti fermi ai loro posti. E i critici? Attentissimi, Bentivoglio, ma ora sputeranno le loro sentenze di morte. E lei proprio quelle vuole provocare, perché legge avanti imperterrita fino alla fine dell'ultimo foglio che ha nelle mani, il decimo forse, con una faccia tosta che ancora non le conoscevo.
-E adesso che succede?
Ci mancava giusto che mi lasciassi uscire di bocca questa domanda cretina.
-Adesso succede che ce la devi leggere tu qualcosa dal tuo bellissimo nuovo libro.
Cosa? Chi ha parlato?
Ma è ***, il grande criticone, quello che un tempo era un nemico e che adesso non fallisce un'occasione per incensare e leccare, leccare.
-Vi sarete certamente accorti che erano solamente degli appunti.
Lo hanno capito, lo hanno capito benissimo che quello che la zarina ha letto era roba buona per la pattumiera, ma stanno tutti reggendole il gioco.
Lo zar è nudo.
-Allora non ci leggi niente? Insiste il grande critico.
-Inutile insistere per favore.
-Vuoi farci la sorpresa tutta alla fine?
-Vuoi farci soffrire?
-Ti abbiamo forse trattato male qualche volta?
-Anche se non ti va di leggerci nulla noi ne scriveremo ugualmente, perché da quegli appunti, come li hai chiamati tu, si capisce che stai scrivendo un gran bel libro.
Hai sentito, Bentivoglio?
Forse a Lady Mum è andato in buca il progetto di umiliarmi, o forse piuttosto lei proprio di questa reazione era sicura quando ha incominciato a leggere, che cioè questi ormai sono passati tutti dalla mia parte perché sempre si corre coi colori del vincitore e dietro la sua bandiera, e il vincitore sarei io, Bentivoglio. Tu che dici, sono io il vincitore?
Ma tu hai sempre sostenuto che, comunque vada, Lady Mum trionfa sempre.
Che trionfi, ma io non leggerò più niente, mai più, da questa sera.


***









giovedì 9 novembre 2017

FINALE DEL CAPITOLO 15

Ho pensato di mostrare il modo di raccontare del mio personaggio, una pagina del SUO romanzo, e poi in un secondo momento, in un post immediatamente successivo, un brano in cui si possa vedere la differenza tra i due modi diversi di scrittura. 
J.M., il protagonista del romanzo incompiuto, riceve la visita nella sua stanza di ospedale, di quattro emeriti sconosciuti , invitati da sua moglie, la bella Elena, che gli proporranno qualcosa che a lui non garba. 

Arrivarono tutti e quattro venerdì mattina i pokeristi mentre Jacopo non aveva ancora finito di sorseggiare il suo caffellatte. Entrarono silenziosi e sorridenti: la ragazza per prima e gli altri tutti dietro a lei in fila indiana. Aveva gambe lunghissime Pik Queen e mani affusolate da pianista o da ricamatrice; Jacopo le immaginò mentre mescolavano e distribuivano carte.
-Sono Elisabeth Starkstrom, disse con una bella voce da contralto, ma può chiamarmi Liz. Lui è Hansi Ziegelstein, Herz King, lui Mario Herzog, cioè Kreuz As e questi è il nostro capo Joachim Thielke, che per noi tutti è Karo Jack.
-La sua signora ci ha detto che lei è un accanito e competente giocatore di poker, disse Karo Jack; posso chiederle qual'è il suo gioco?
-Mia moglie ha dimenticato di aggiungere che sono ormai più di quindici anni che non mi siedo a un tavolo da poker, comunque giocavo a qualsiasi tipo di poker, ma la mia preferenza andava alla teresina americana.
-Giocavate con 52 carte immagino.
-Giusto, con tutto il mazzo.
-Quanti angoli, quattro, cinque o più di cinque?
-Qualche volta anche con sette, ma io preferivo cinque giocatori soltanto, rispose Jacopo.
-Giochiamo anche noi la teresina, ma preferiamo il poker internazionale a 36 carte e cinque giocatori al massimo.
Per Jacopo quel problema non era così importante; ricordava di aver giocato il poker addirettura con carte napoletane (meglio chiamarlo "sequenza" in quel caso), di avere giocato in tre in quattro in cinque e di essere stato pronto a giocarlo anche in dieci, nei tempi in cui era assatanato dal gioco, ma adesso quell'accanimento non c'era più e non si può giocare d'azzardo tanto per reggere il posto a qualcun altro, né tantomeno per farsi spillare quattrini. Si sarebbe trovato come quei pivellini che si mettevano a sedere al tavolo emozionati e tremanti sognando vincite e scale reali, e che venivano regolarmente spennati come polli e sbattuti fuori a pedate in culo.
-Non credo che potremo fare molto insieme, disse guardandoli in faccia uno per uno; l'entusiasmo non c'è più, la rabbia di vincere nemmeno e a me non è mai piaciuto stare a guardare gli altri seduti che giocavano.
Sembravano molto delusi.
-Schade, disse Pik Queen, peccato! Pensare che noi organizziamo ogni quindici giorni dei tornei con quattro, cinque e a volte ancora più tavoli di giocatori, dove i migliori di ogni tavolo si sfidano alla fine in un'unica notte di fuoco. È sempre stato molto emozionante: c'è gente che si gioca fino all'ultimo Pfennige, c'è chi sviene, c'è chi metterebbe in gioco sua sorella come posta, e queste sono le situazioni più emozionanti, quelle che danno le scariche di adrenalina più forti. Non ne sente proprio nostalgia?
-No.
Secco e imperioso gli era uscito quel monisillabo dalla gola, ché un poco se ne stupiva.
-È un vero peccato, fu il commento di Karo Jack mntre gli altri assentivano gravemente.
Elena ci aveva assicurato che avremmo trovato qui un'esplosione di entusiasmo da parte sua.
Elena? La chiamava per nome e probabilmente le dava del tu, forse palpeggiandola qua e là mentre discorreva con lei.
Jacopo guardò Karo Jack attentamente: il classico lupo mangiadonzelle il nostro Joachim, pensò, non bello in viso ma grifagno, quello che manda le femmine in delirio; e poi un fisico da atleta certo non paragonabile al suo, che anche prima del ruzzolone per la scala ghiacciata aveva mollato un po' dappertutto, guarda la pancia tanto per dire e le natiche che gli si afflosciavano dentro le mutande, per non menzionare altro per l'amor di dio. Gli si contrasse lo stomaco in un cieco impulso d'ira.
Che diavolo poteva essere quella roba adesso? Gelosia o voglia di combattere ancora? Non se lo riusciva a immaginare, ma qualcosa gli rodeva dentro e adesso doveva andare a vedere cosa fosse, come al poker quando hai tre assi, i maledetti tre assi pagatori perché non ti riesce di buttare le carte con tre assi in mano, mai, devi andare a vedere e quasi sempre pagare, è la regola, il destino di chi ha tre assi tra le sue carte. 
-Farò un torneo dei vostri, ma soltanto uno, disse alzando la voce per sovrastare il coro di osanna  che si stava levando da quel gruppo che adesso gli appariva così ostile. Non più d'uno, confermò, ma certamente mi troverò al tavolo finale e spero che ci sia qualcuno di voi.
-Lui di sicuro, disse Pik Queen additando Karo Jack; lui è il più forte di tutti e vince quasi ogni torneo.
-Proprio lui volevo, disse Jacopo acido.
-Elena mi ha detto che lei è un giocatore molto forte e molto ostinato, disse Karo Jack.
Come dire: conosco il tuo punto debole, il furore dell'ostinazione, il voler continuare malgrado tutto, quello che rovina la maggior parte dei giocatori dilettanti come te.
Quante cose ti ha detto Elena, pensò Jacopo, ma lei non è mai stata presente quando io giocavo, ignora la mia glaciale freddezza e conoscendomi non la suppone assolutamente. Invece è così: al tavolo verde con cinque carte in mano io mi trasformavo, e nessuno  ai miei tempi ha mai sognato di darmi del giocatore dilettante.
Esplose in una risata. Gli era venuta su così bene e spontanea che gli era sembrato un delitto non sparargliela in faccia.
-Benissimo, disse Karo Jack, sarà un piacere azzannarci.
-Vedo che ci siamo capiti, disse Jacopo. Adesso però non vi dispiaccia, ma vorrei riposare un po'.
Si meravigliò lui stesso di quella brusca conclusione, ma non gli andava più di vederli e di sentirli parlare. I quattro si accomiatarono senza mostrargli alcun risentimento. Comunque tanti complimenti a Elena: era riuscita a rovinargli la giornata senza neanche muoversi dal suo letto di influenzata, senza nemmeno toccare il telefono per chiamarlo, forse addirettura senza neanche pensare a lui.

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Karo Jack è la definizione in tedesco del fante di quadri.
Pik Queen è la regina di picche.
Herz King è il re di cuori.
Kreuz As è l'asso di fiori.

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mercoledì 1 novembre 2017

15.1

Sto rileggendo un mio romanzo inedito per mia decisione.
È la storia di uno scrittore di successo che improvvisamente subisce il blocco dello scrittore e non riesce a concludere il suo romanzo. Si tratta quindi di un romanzo nel romanzo. C'è naturalmente l'opera  incompiuta con continue interpolazioni, che sono i commenti che lo scrittore, esasperato e provato dalla sua incapacità di concludere, scrive di tanto in tanto commentando e spesso amaramente prendendo in giro i suoi personaggi e quindi se stesso.
Ho trovato ieri sera questo brano che mi è piaciuto -non ricordavo poi tanto di un romanzo finito un paio di anni addietro- e voglio postarlo adesso. 
Così, tanto per cambiare, dopo poesie e veleni politici.

Si può conoscere l'infinita società umana con tutte le sue miserie alzandosi prestissimo al mattino, prima dell'alba è il mio consiglio, e andandosene a piedi per il centro di una qualsiasi città di almeno duecentomila abitanti.
Prima di tutto infilarsi nei vicoli, guardando in tutti i portoni, in tutte le insenature, gli angoli, i gomiti, ovunque sia possibile un riparo, specie se ci sono portici o comunque gallerie coperte. Si scopre il mondo dei senzatetto, il mondo dei pidocchi in marcia alla conquista del paradiso.
Nella città che conosco io c'è un vicolo cieco chiamato vicolo cieco dei vagabondi, anche comunemente chiamato il vicolo dei barboni. C'è di tutto e turatevi il naso prima di entrarvi, altrimenti vomitate addosso a quei poveracci. Ma attenzione: sono visibili fino alle cinque e mezza, perché alle sei sono spariti tutti. Dove diavolo vanno costoro?
Spariscono e basta.

Spostiamoci adesso al centro, al crocicchio tra due vie principali, la Kaiser Strasse e la Karl Strasse, il cuore della città dopo le otto, ma adesso sono le sei passate da poco. Non bisogna aver fretta, basta essere ben coperti, un giubbotto di nappa leggera va sempre bene perché qui è umido e freddo a quest'ora fino a giugno inoltrato, avere un thermos con caffè bollente d'inverno o con una limonata fresca d'estate, e tanta pazienza.
Prima o poi escono fuori, dapprima timorosi poi sempre più audaci, sicuri di sé, sprezzanti: è il popolo delle mezze tacche, dei reietti, degli storpi, dei nani, che saltabeccando, ruzzolando con andature a sghimbescio, correndo ognuno come la natura ingrata gli permette, in pochi minuti brulicano per strada come rivoli di pus e di acqua lercia.
Scompaiono come topi e non lasciano alcuna traccia del loro passaggio.

Poco prima delle sette le strade sono a disposizione dei normali, dei monotoni, dei senza difetti apparenti, della noia.
Nessuno sa come i nani gli storpi i reietti tornino a casa, attraverso quale strada, quale percorso, perché neanche a rimanerci ventiquattro ore su quell'incrocio non li si vedrà più tornare, ma solo poco dopo le sei di nuovo uscire e invadere per pochi minuti quel territorio proibito come figurine animate di un caricaturista sadico e un poco pazzo.
Sono andato una mattina dietro l'altra per tre giorni ad aspettarli e per un'ora per un minuto per un attimo sono stato uno di loro, un poco barbone, un poco storpio, un miserabile comunque, e ho vissuto una pompata di sangue di vita strappata al nulla di chi niente chiede e niente dà, per poi tornarmene al mio ricovero ben protetto con tanta nostalgia per quel minuto rubato di pienezza umana.

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mercoledì 25 ottobre 2017

VENDETTA TREMENDA VENDETTA

Domenica pomeriggio allo Stadio Olimpico di Roma è stata giocata la partita di calcio di Serie A Lazio - Cagliari. Ai cosiddetti ultras laziali, solitamente occupanti una delle curve, per punizione la Federazione Calcio italiana aveva inibito di assistere alla partita, Infatti la loro curva era vuota.
Ma qui ha brillato la ultraconosciuta furbizia di mister Lotito, l'esimio presidente della Lazio. Per la modica somma di un euro ha venduto ai tifosi ultras i biglietti della curva opposta, dove vanno sempre i tifosissimi della Roma, l'odiata nemica dei laziali. 
Onde procurare nuova luce alla loro già preclara fama di imbecilli e non soddisfatti di avere raggirato il regolamento con una furbata del loro degno presidente, gli ultras hanno tappezzato la curva "nemica" con l'immagine di Anna Frank con indosso la maglia della Roma.
Quale oltraggio a sentire quegli immondi fascisti e guerrafondai dei laziali. Ancora li sento:
"Javemo messo la maja de la Rometta a quella giudea. Lavemo smerdati sti stronzi de merda"

Questo il riprovevole fatto.
Siamo tutti d'accordo: uno schifo volgare da parte di gente che ha sulla coscienza Ciro, un tifoso del Napoli ammazzato come un cane rognoso un anno fa, prima della sfida Lazio-Napoli. Altre infinite porcherie hanno sulla coscienza costoro, come la trasferta a Livorno di qualche anno fa eccetera eccetera. Dovrebbero stare in galerissima e invece stanno liberi.

Da domenica sera i media e soprattutto la TV di Stato ci sta bombardando con questa dolorosa storia in TUTTI i programmi da UNO MATTINA a PORCA A PORCA, dai telegiornali del mattino a quelli della notte.
D'accordo: è stato insultato un simbolo dell'OLOKAUST, una martire di 16 anni, ma ce ne stavano sei milioni di martiri allora da innalzare sugli altari.

Mi chiedo: perché tutto sto casino? Perché proprio adesso? Perché la nostra amata mamma RAI non ci parla delle migliaia di famiglie ITALIANE che vivono cercando cibo e vestiti nella spazzatura? Perché non ci dice che fine hanno fatto le case che dovevano arrivare ad Amatrice, che ancora è un cumulo di macerie? Perché non danno altrettanto risalto a tutte le porcate che stanno accadendo in Italia tra cui sto ROSATELLO bis del controcazzo che imbavaglia il POPOLO SOVRANO obbligandolo a votare un sacco chiuso con dentro tutta l'immondizia dei partitoni e dei partitini?
Perché ci stanno scassando i coglioni con questa istoria di Anna Frank, ricordandosi all'improvviso e solamente adesso di quello che è successo in Italia nel 1938?

Tutta questa gentaglia (sto parlando dei nostri prezzolati e venduti giornalai non degli ultras laziali) va eliminata, scaraventata giù per le scale del palazzo, defenestrati, come nel '600 a Utrech.
Andiamo a votare e cacciamoli via. È gente indegna che approfitta della memoria sacra di una ragazzina innocente per coprire vergognosamente le loro magagne, per coprire anche i fischi e le pernacchie con cui il prode Matteo Cazzaro viene accolto in tutte le tappe del suo lucroso viaggio a spese nostre. Costa 400.000 euro al mese quel carrozzone che va su e giù per il paese portando in giro un buffone da circo. 

E  nessuno parla delle bollette di luce e gas che calcolano 28 giorni e non l'intero mese così il popolo deve pagare 13 volte all'anno una tassa fissa non da niente.
Nessuno parla della legge truffa che stanno facendo per portare la pensione a 70 anni, quando la gente comincerà a morire prima di andare in pensione. Misura necessaria ad ascoltare quella faccia da morto che parla del sedicente ministro dell'economia Padoan, che non si è vergognato di dire che è tutta colpa degli italiani CHE CAMPANO TROPPO A LUNGO. E allora facciamoli crepare sul lavoro, così lo stato (minuscolissimo) risparmierebbe subito il 50% e poi la vedova da sola crepa prima ed il risparmio è del 100%.
Che genio sto ministro, possinammazzallo a lui e all'anima de li mortacci sua. 


Mi assumo tutta la responsabilità di quello che ho scritto e mi firmo pure a la faccia vostra, politicanti
da strapazzo

VINCENZO IACOPONI

sabato 7 ottobre 2017

POEMA SINFONICO


(allegretto)

In un sottofondo di corni inglesi
rimbalzano note sui ritmi scuri
dei contrabbassi e dei violencelli in doppia fila;
danno voce alle foreste appena toccate da venti
discontinui che lasciano vibrare
soltanto i rami più alti.
Un coro di bassi profondi accompagna
la notte che scompare,
rimbalza sulle creste delle cento colline
che circondano la vallata dove
continuo a vivere incontinente e fioco
a dispetto dei miei tanti non estimatori
riuniti in centurie attestate ai lati
delle strade in attesa del passaggio
del mio funerale.

Ho già sentito nella carne
l'urlo della terra violentata
e maledetta
penetrarmi a fondo dentro le costole;
abusivo in questo territorio desolato
non mi nascondo più
né mi proteggo:
i cani scatenatemi contro mi troverebbero
anche sepolto sotto cumuli di memorie,
di tempeste secolari, di rigurgiti
dei tanti veleni inghiottiti e mai digeriti
in cui galleggio, liquami infetti
dai quali non posso separarmi
e non riesco nemmeno a purificarmene.
Accelerando il ritmo del battito cardiaco
quel tanto che basta
a una semplice sopravvivenza
sento la terra respirare
e fremere e indugiare, inghiottendo
sapori nuovi lentissimamente per meglio gustarli,
e misurare il volume dell'aria
lasciata ondeggiare dal vento
e mai più prendere alcuna
decisione, rimanendo immobile
con gli occhi fissi alle gobbe
delle colline tutte intorno,
trattenendo il fiato
per lasciare inalterate luci e ombre,
trascurando di accorgermi delle cartilagini
di meteoriti di passaggio
che si avventano su di me,
fuoco che non riscalda
di un sole ucciso all'alba.

E adesso che ho trascritto le mie
riflessioni indigeribili la mia anima è perduta,
sacrificata ai mille demoni originali,
venduta ai diecimila santi
elevati alla gloria degli altari da un popolo
di pontefici traditori del vero Dio,
millantatori dei cento Cristi
clonati dal primo e mai crocifissi
nemmeno per gioco il giorno
della Pasqua ebraica,
nemmeno una stilla di sangue versato,
nemmeno una goccia di sudore
spremuto perché mai salirono il sacro monte.
E chi come me li disprezza viene
rinnegato da tutti e bollato di infamia.

(andante)

Cosa pensava quell'angelo
caduto a precipizio a testa in giù
mentre vedeva la terra
avvicinarsi a velocità vertiginosa
infocata meteorite di se stesso?
Gli avevano spezzato le ali,
strappato di mano il segno del comando,
scagliandolo nel vuoto assoluto
solo per avere detto un NO sonoro,
decisivo, a un comando che non riusciva a capire,
che non poteva discutere.
"Pensate con la vostra testa, diceva il despota;
discutiamone pure tutti insieme, siete
liberi di pensarla diversamente,
discutiamone dunque, purché
facciate poi quello che vi ho ordinato io"

Così aveva parlato il grande impostore,
il burattinaio massimo
e i cieli si spaccarono impauriti,
i tuoni e i fulmini si nascosero 
nelle tenebre. E fu allora che l'angelo
più luminoso di tutti oppose il suo diniego
e subito fu scaraventato nel vuoto assoluto.

Nulla pensava l'angelo in caduta, tutto malediceva
chiedendo alla sua Sorte di conficcarlo
nel cuore della terra
dove rimanere in eterno senza più nulla vedere,
senza più nulla sapere, ma il suo
crudelissimo creatore altro aveva previsto
per il suo figlio ribelle, il più intelligente,
il geniale, quello ancora più bello di lui
e lo lascia planare al suolo
che gli divenne soffice sotto i piedi
perché in eterno dovesse
disperare lo splendore della casa perduta.
Da allora ci sono momenti
in cui tutto accade e niente succede
e quella fu la prima volta che da allora
si ripete sempre più spesso.
Santi misteriosi e arcangeli asessuati
si sono infiltrati da quel fatale momento
nello spazio lasciato libero
dall'angelo caduto
mai raggiungendo però le vette
e gli sprofondi del primo e unico
e irripetibile.

(adagio)

L'hanno costruita da tempo questa strada
solamente in salita,
per scendere bisognerebbe retrocedere,
indietreggiare, rinunciare.
Questa è una strada per uomini
decisi, per donne di cosce solide
e carattere ferrigno;
questa è una strada dove non
si può dire ne ho abbastanza, mi fermo
qui, andate avanti voi senza di me.
Più tardi passeranno 
autobotti blindate che succhiano
tutti quelli fermi ai bordi
della strada, nel loro pancione
gonfio li inghiottono e dopo
non se ne saprà più niente.
A questa strada la Sorte
ci ha consegnato ma non dobbiamo
maledire la Sorte, non serve a nulla,
ché tutte le strade qui
sono uguali a questa.
Bisogna arrivare alla fine della
salita senza più chiedere notizie,
senza sapere cosa troveremo.
Forse il palazzo dell'oro,
forse il precipizio definitivo,
ma a nulla servirebbe appurarlo adesso,
ché non si può evitare di salire
fin lassù, inutile qualsiasi 
precauzione, ma avanzare decisi
senza fermarsi nemmeno per bere un sorso
d'acqua, senza chiedere, senza
lasciarsi sorprendere da nulla.

Intanto muore il pianeta soffocato
dall'indifferenza, inaridito
dalle ustioni dell'antica stella
non più amica, che gli succhia
umidità e umori dalle vene,
appiattito dall'effetto serra,
dal mare che si innalza
per via dei miliardi di metri cubi
di ghiacci polari disciolti
mentre appena sotto la coltre dei veleni
enormi schermi oleografici
trasmettono ininterrottamente
le curve della morte che si impossessa
delle ultime prede accessibili.
Alzando il naso potrebbero tutti osservare
la lenta agonia di quello
che fu definito il pianeta blu,
la prima meraviglia dell'Universo,
ma tutti procedono a capo chino
e nessuno sembra avere più voglia
di conoscere quello che capiterà domani.

(vivace)

Discolparsi di fronte al creato
è un atto dovuto quando si prende visione
dei millenari danni arrecati
per ambizioni personali,
orgogliose rincorse all'effimera bellezza
idealizzata magari da artisti inconsapevoli
deturpando tesori naturali,
rapinando al sottosuolo pietre
preziose e metalli raffinati
per questo distruggendo
ciò che in milioni di anni di solitudine
il tempo aveva abbarbicato a rocce
profondissime e silenti.
La natura violentata
non si ribella e non impreca
né condanna.
Si libera dei suoi dolori e delle sue delusioni
emettendo note musicali
coi suoi mille strumenti:
lascia stormire come flauti bassi
le sue foreste
sollecitate in cento direzioni 
da venti modulatori
e consensienti, autori di flessioni
ritmiche, allegre ma non troppo,
audaci, mai ripetitive
non orecchiabili dai silenzi del cosmo;
danzano immagini goffe
irriducibili, smembrate,
sogni decapitati all'alba,
tentativi di cogliere
significati da ombre che nessuno ne danno;
li mantiene vivi
l'illusione di poter sempre uscire vittoriosi
da qualsiasi conflitto,
che è il tallone di Achille
di questo nostro vivere sgangherato.
A guardarle bene sono offuscate
sagome di memorie lontane
profanate ogni notte,
seni vizzi di donne mai esistite
che versano liquido acido e maleodorante
che non è colostro ma veleno
per distruggere neonati.
Nessuno gode di questi immondi spettacoli,
nessuno però se ne duole veramente,
la cosa è accettata per buona,
per una calamità necessaria, come tante
con inumana insensibilità,
con sadica indifferenza, col piacere
di chi vede che il male è comune
e la sofferenza dilaga trionfante,
e poi affacciarsi tutti sul mare della morte
magari per scaricarvi vagonate
di corone di fiori a rinfrescare lo spirito
galleggiante di migliaia di morti annegati
che si lamentano ancora,
e il murmure si fonde allo sciabordio
delle onde sullo scafo del battello che abbiamo
noleggiato con tutta la squadra televisiva
per fare la nostra porca figura
sul telegiornale delle venti e trenta.
Gli occhi puntati sulla cresta delle onde
a catturare ombre di bambini annegati,
i microfoni affondati sotto il pelo dell'acqua
a cogliere l'ultimo borbottio dei morti.

"Mare.
Non avevo mai visto il mare, capotribù.
Pensare che mi avevano detto
che fosse blu.
Invece è nero, nerissimo questa notte
come il colore della
mia pelle.
Il gommone che mi reggeva a galla
è affondato da qualche parte
e in questo mare io non mi ero
mai mosso prima.
Invento tutto e per un po' 
galleggio, ma devo muovermi
non riesco a star fermo
e subito affondo.
Non si riesce a respirare
qua dentro
e io adesso incomincio
a galleggiare dentro questo
mare,
sopra e sotto lo sento
e tanti stanno come me.
Io adesso mi sento mare, capotribù,
ora son io mare, io e questi
fratelli miei
ed è meraviglioso
lasciarsi andare verso il fondo
senza soffrire, senza affannarsi, senza
pensare più a niente,
solo guardare
il mio fondale
del mio mare
che accoglie me abbracciandomi
come un fratello"


*****
Scritta tra aprile e agosto 2017;
finita di assemblare il 6 ottobre 2017
a Maximiliansau







mercoledì 26 luglio 2017

SPERO DI NON ESSERE AI TITOLI DI CODA

Non sarà quindi un coccodrillo, ma solo un avviso per dire che io resterò muto -la prima volta nella mia vita- per almeno una settimana. Domattina infatti, accompagnato da mio figlio Alessandro, mi recherò all'accettazione della Clinica urologica dell'Ospedale Centrale di Karlsruhe, dove dopodomani mi opereranno. Non è un'operazione difficile, non è un'operazione troppo lunga, ma la mia esperienza mi insegna che meglio stare lontano dalle OP, sale delle operazioni, perché una complicazione non è mai da escludere. Finora ci sono bravamente riuscito, ma questa volta non ce la faccio: vado al ritmo di venti soste nel WC nelle 24 ore. 
Non mi seguirà il mio portatile, ma solo qualche libro ed il mio quadernone degli appunti.
Conto di ritrovarmi qui, con le dita a scorrere su questa tastiera, tra una settimana. So che vi penserò, ognuno di voi, con intensità.
Non credo che qualcosa vada male, non credo di avere fatto l'ultima curva del mio percorso. Dovesse però succedere sappiate che avete animato la mia quotidianità in questi ultimi anni. Il mondo virtuale ha questo di meraviglioso: vi avevo tutti qui dentro, in questa mia stanza 4m x 4m dove mi lascio sorprendere dalla mia fantasia per la maggior parte del giorno. È stato bellissimo questo scambio continuo di frasi con tutti voi, queste occhiate complici che ci scambiavamo ogni momento. Si è litigato, certamente, da bravi amici, ma alla fine eravamo più amici di prima.
Conto di ritrovarvi tutti qui al mio ritorno.
Non dovesse succedere, sappiate che avrete un santo protettore in più, uno che verrà a fare il solletico sotto i piedi dei maschietti la notte mentre alle femminucce infilerà  due dita....nelle narici...cosa avevate pensato pornografi.
Scusate ma volevo alleggerire con una battutaccia l'atmosfera che si stava facendo pesante.
A presto allora, amici miei e amiche mie.

Vincenzo